La Nazionale, un esempio (vincente) di integrazione

Nell’antica Roma la cittadinanza si acquistava in base al principio del sangue: come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., erano cittadini romani i figli di un cittadino, ovvero la prole naturale di una cittadina. La regola dello ius sanguinis fu però sempre aperta, fin dalle origini, alla possibilità dell’inclusione. I Romani riconoscevano che la loro comunità nasceva dall’incontro, dall’unione e dall’assimilazione di genti diverse – secondo una tradizione che, come racconta Curzio Rufo, risaliva ad Alessandro Magno – da un incrocio di mondi e di culture (già Cornelio Nepote, nel proemio al De viris illustribus, ammetteva la ricchezza delle differenti consuetudini). Pronta a modificare i propri costumi – adottando, ad esempio, le insegne degli Etruschi o le leggi dei Greci – Roma concesse la cittadinanza ai popoli conquistati con generosità e lungimiranza politica. Tanto che, nel V secolo d. C., in un momento storico di decadenza e di grandi sconvolgimenti causati dalle invasioni barbariche, il poeta gallo-romano Claudio Rutilio Namaziano poteva a ragione salutare l’Urbe esaltandone la grandezza con queste parole: “Tu facesti una sola patria delle genti più diverse. E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto, facesti città ciò che prima era mondo” (De reditu suo, libro I). La nostra tradizione giuridica, sul solco di quella romana, privilegia l’acquisizione della cittadinanza iure sanguinis. Il tema è però controverso e di costante attualità. Sia perché l’incremento dei flussi migratori richiede nuove ed urgenti risposte (gli sbarchi verso la Sicilia, come confermano le cronache degli ultimi giorni, stanno riprendendo a pieno ritmo). Sia perché l’argomento è ormai un motivo ricorrente del dibattito politico: mentre Beppe Grillo ha ribadito il suo sostegno allo ius sanguinis, scandalizzando per qualche ora molti dei suoi seguaci, molti politici hanno più volte affermato che la prima iniziativa che il Pd prenderà quando governerà di nuovo il Paese sarà quella di dare la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia, secondo il principio dello ius soli. Ius sanguinis da un lato, ius soli dall’altro lato. Ma entrambi i principi perdono sostanza e vigore in assenza della volontà del singolo. La cittadinanza non può essere calata dall’alto, imposta – o, viceversa, proibita – per legge. Essa nasce dall’individuo, uomo e cittadino, che sceglie consapevolmente di abbracciare un determinato bagaglio di storia e di costumi.

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I “nuovi italiani”: specchio di una nazione che cambia

La Nazione, scriveva Ernest Renan nel 1882, è una “grande solidarietà” che si riassume attraverso un fatto tangibile: “il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme”. Due esempi, opposti, rendono quest’idea immediatamente comprensibile. Durante il XVI congresso del Partito comunista sovietico, Palmiro Togliatti si espresse così: “È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano”. Al di là del discutibile contenuto, la volontà è chiarissima. “Il migliore”, com’era soprannominato il genovese, si sentiva sovietico, indipendentemente da chi l’aveva generato (ius sanguinis) e dal luogo di nascita (ius soli). Secondo esempio, di tenore contrario al precedente. La nostra Nazionale, felice e vincente modello di integrazione, si è presentata agli Europei di calcio, per la prima volta, con due giocatori di colore (senza tener conto dell’oriundo Thiago Motta): Mario Balotelli, il castigatore della Germania, ed il torinista Angelino Ogbonna. Né Balotelli, di origini ghanesi, né Ogbonna, di origini nigeriane, sono semplicemente dei “nuovi italiani”, come li si definisce spesso con un’espressione ormai consumata. Entrambi sono pienamente e convintamente italiani, indipendentemente dal “sangue” o dal luogo di nascita. “Super Mario”, in particolare, ha più volte espresso il suo senso di italianità, ribadendolo anche di fronte al Presidente della Repubblica: “Sono italiano, mi sento italiano – ha detto nel 2008 – giocherò sempre con la Nazionale italiana”. Balotelli, Ogbonna e molti altri hanno eletto la Nazione italiana a loro casa comune e ne rispettano i simboli, a partire dall’inno di Mameli; hanno fatto questa scelta e ne vanno orgogliosi. Il che conferma, come dimostra il caso opposto di Togliatti, che l’Italia, a prescindere da “sangue” e “suolo”, è di chi la ama e la rispetta. Nel calcio come in ogni altro ambito.

Il problema della politica italiana

Il problema della politica italiana, in questo particolare frangente della nostra vita collettiva, non è la vocazione autoritaria di Matteo Renzi, ma la naturale inclinazione gregaria degli italiani. Il nesso tra potere assoluto e conformismo di massa è qualcosa che nella storia di questo Paese si è ripresentato molte volte, ma ad alimentarlo non serve un capo che pretenda obbedienza cieca, è sufficiente un popolo disposto a concederla. E nell’assecondare l’autorità costituita, nel riverire chi indossa i galloni, gli italiani non si sono in effetti mai risparmiati. Con Matteo Renzi saldamente alla guida della nazione, la storia semplicemente si sta ripetendo. Tra conformismo e spirito critico, tra omaggio al potente e senso della dignità personale, la scelta per noi abitanti della Penisola viene quasi naturale.
Renzi – checché ne dicano i suoi pochissimi detrattori o critici – non è più autoritario di quanto non lo sia, anche in democrazia, qualunque uomo politico che abbia nelle sue mani le leve del comando. Le sue caratteristiche (negative) sono piuttosto altre. È bulimico, sin troppo sicuro di sé, un tantino arrogante (ma va capito, è fiorentino), accentratore e poco incline ad ascoltare il prossimo. Ma questi suoi difetti temperamentali – peraltro ben compensati dai tratti pregevoli che ne hanno fatto la fortuna politica nel giro di pochi anni: il dinamismo, la prontezza di spirito, il coraggio personale, la determinazione – poco c’entrano col clima che sembra essersi instaurato in Italia da qualche tempo e che va appunto nel senso di un crescente conformismo di massa.
Insomma, sono tutti diventati renziani, non perché l’ex sindaco di Firenze sia un uomo di potere irresistibile, anche se certo non gli doti di comunicatore, ma perché gli italiani sono irresistibilmente attratti dal potere. Fiutano al momento opportuno il vento del successo e subito orientano nella sua direzione la propria rotta, anche se sino al giorno prima veleggiavano verso tutt’altri lidi e seguendo tutt’altre correnti d’aria. L’informazione televisiva, che probabilmente ha antenne più lunghe e sensibili nel captare i movimenti sotterranei della politica e la sua effettiva linea di tendenza, è quella che si è uniformata per prima. Poi è arrivata la grande stampa insieme ai suoi editori, che sono in grande parte banchieri, finanziari e capitani d’industria, gente per mestiere sensibile agli equilibri del potere. E’ stata poi la volta di alti burocrati e manager di Stato. Sono quindi arrivati gli intellettuali e gli opinionisti, che quando c’è da banchettare non restano mai indietro. Alla gran massa degli italiani, visto l’andazzo, non è rimasto al dunque che uniformarsi. E se questo giovanotto resta al potere per i prossimi vent’anni?

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Non c’è nessun oppositore politico di Renzi

La cosa che colpisce e spaventa, in questo momento, è che Renzi non abbia oppositori, ovvero se li è bevuti tutti, arrivando a conquistare anche chi dovrebbe contrastarlo, ovvero mettendo all’angolo chiunque gli si sia opposto (per conferme chiedere alla Camusso o a Vendola). Eravamo, sino a poco tempo fa, un Paese spaccato in due metà esatte: berlusconiani contro antiberlusconiani. Adesso, al netto di quelli che si sono dati politicamente alla macchia, avendo scelto di non votare o di non partecipare, e di quelli che hanno abbracciato la protesta – potenzialmente sterile – di Grillo, tutti inclinano verso Renzi. Se non lo votano, sono comunque suoi alleati e sostenitori, lo considerano l’ultima spiaggia del Paese, un uomo senza alternative, l’unica speranza e l’unica risorsa. Uno che non merita di essere inutilmente criticato, bensì lasciato lavorare.
Il rapporto di Berlusconi con Renzi è da questo punto di vista emblematico, nella sua assoluta eccentricità. Non si è mai visto un partito d’opposizione che faccio così apertamente il tifo per il leader del partito che è il suo più diretto antagonista. Ma in questo atteggiamento c’entrano poco le riforme e dunque la politica: c’entra piuttosto la scelta del Cavaliere di farsi come sempre gli affari propri con quel che resta di Forza Italia. Non avendo più nulla cui ambire, oberato dagli anni e dalle grane giudiziarie, fa finta di voler fare il padre costituente: in realtà sta cercando di salvare il salvabile per sé e la sua famiglia. Renzi lo ha capito e gli ha persino concesso lo status di interlocutore politico privilegiato, ovviamente alle sue condizioni. Il risultato, se consideriamo anche la scelta di Alfano di stare dentro il governo Renzi, è che il centrodestra semplicemente non esiste come forza di opposizione politica. Se non fosse per i grillini saremmo al monocolore politico, ad una sorta di partito unico – il Pd(l) – che ruota per intero intorno a Renzi e ai suoi umori.
Ciò naturalmente non è accaduto a caso. L’egemonia del renzismo, che non sembra trovare ostacoli, non è uno scherzo della storia: esprime la misura della voragine istituzionale che si era creata nel Paese, dello spaventoso deficit di credibilità che aveva investito tutti gli altri attori politici, della scarsa prova di sé che sono riusciti a dare anche uomini di rango come Mario Monti e Enrico Letta: due salvatori della patria che alla minima difficoltà si sono liquefatti come neve al sole, lasciando a Renzi la scena assoluta.

Tutti renziani, dunque?

Tutti tifosi o sostenitori o estimatori o laudatori del leader fiorentino, che ripaga tanta fiducia nel modo ironico e irriverente, cinico e scaltro, che si è visto in questi mesi. Si è fatto un governo di dilettanti senza che nessuno fiatasse, ha preso a male parole sindacati e professori e tutti zitti, si fa beffe dei suoi stessi ministri e tutti lo trovano divertente (vero ministro?), costringe tutti a fargli da tappezzeria nelle occasioni ufficiali, arriva a convincerti che se piazza la Mogherini in Europa è perché siamo tornati ad essere una potenza, parla in inglese come nemmeno Berlusconi e Rutelli messi insieme ma a lui si può perdonare, fa e disfa, promette e dismette, piazza i suoi uomini ovunque nelle aziende di Stato, chiama gufi e sfigati coloro che lo criticano ma la libertà di stampa è salva comunque, insomma a lui sembra concesso oggi quel che a nessuno è stato concesso negli ultimi vent’anni. Forse non è più nemmeno conformismo, quello che accompagna il Renzi trionfante di questi mesi, ma stanchezza e disillusione. Non è solo lo storico servilismo degli italiani verso chiunque abbia o eserciti il potere, è piuttosto l’adagiarsi alle circostanze di un popolo disfatto e senza più energie. È un consenso, a ben vedere, senza entusiasmo, dettato dalla rassegnazione. Che durerà – di ciò possiamo essere sicuri – sino a che questo sistema di potere apparirà solido e vincente, sino a che Renzi apparirà baciato dalla buona sorte. Un attimo dopo, al minimo accenno di debolezza, sappia che non gli verrà perdonato nulla e che molti dei renziani odierni saranno lì pronti a giurare di non esserlo mai stati.

Donne violate, le cose che non ci diciamo

Se non fossero le donne a pagarne il prezzo, spesso in maniera letale, come è accaduto l’ultima volta appena pochi giorni fa, si potrebbe dire che la violenza di genere è una questione esclusivamente maschile. Le mogli o fidanzate che uccidono compagni o ex compagni sono infatti un numero infinitesimale rispetto ai maschi che fanno violenza sulle partner o sulle ex.
Affrontare questa radice maschile del fenomeno potrebbe essere, se non un antidoto, un deterrente. Dire cioè a se stessi: “Il genere al quale appartengo è capace di questo”, è già un modo per attrezzarsi ad affrontare le zone d’ombra in cui possono essere risucchiati i maschi in quanto tali.
Chiedersi perché e come si possa arrivare a tanto è un ulteriore passo avanti. Intanto, ci dev’essere qualcosa di atavico, biologico, nella violenza di cui i maschi ex procacciatori di cibo sono portatori. Qualcosa che ha consentito alla specie di sopravvivere. Ma che oggi, come la coda che abbiamo perso durante l’evoluzione e che si è trasformata in coccige, dovremmo essere capaci di ricacciare indietro per adeguarci a un mondo che non è più la giungla nella quale vedemmo la luce decine di migliaia di anni fa.

Forse è il sistema sociologico il problema?

Ma c’è dell’altro. E ha a che fare con la dimensione sociale nella quale siamo immersi. Perché cosa può portare all’uccisione di una donna in quanto donna, cioè al femminicidio, non lo si capisce a pieno se ci si sofferma sull’atto estremo: l’omicidio. Quello è solo la punta di un albero che ha radici profonde e nascoste. Che sono costituite da un mondo in cui le donne hanno mediamente meno reddito; studiano di più ma hanno meno opportunità di lavoro; sono di gran lunga più esposte al precariato; sono spesso costrette a ritirarsi in casa alla nascita di un figlio, abbandonando qualsiasi ipotesi di carriera. Un mondo in cui le donne insomma stanno sotto. In cui sono condannate socialmente per atti e comportamenti che invece negli uomini sono apprezzati. Un mondo che per questo genera disuguaglianza e la alimenta a sua volta con politiche che semplicemente non tengono conto di una delle questioni che dovrebbe essere cruciale, tanto per le donne quanto per gli uomini, oggi: la conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Questo stare sotto non può che dare frutti malati, che possono arrivare ad essere avvelenati, come si è visto nelle ultime vicende dei giorni scorsi.
Sono le radici dell’albero della disuguaglianza tra generi che vanno dissotterrate ed essiccate, se davvero si vogliono fare i conti col problema della violenza di genere. Ed è la combinazione dei due fattori – quello biologico di cui i maschi sono portatori e quello di una costruzione sociale ancora fondata sul maschio – che va destrutturata per non farci portare dritti allo schiacciamento della donna nella sua dimensione di preda e riproduttrice. Che è poi ciò che la rende perenne vittima potenziale.
Di questo occorre parlare. Perché dire che siamo contro la violenza è facile. Meno lo è accettare di guardare in faccia le ragioni profonde e subdole che la rendono possibile, la violenza. Perché stanno nelle radici malate che sotterriamo, nascondendocele alla vista. Esorcizzandole quando condanniamo l’ennesimo femminicidio. Un atto così lontano da noi che ci fa sentire innocenti. Invece siamo lo stesso coinvolti.

Quando la "normomania" diventa una patologia

La nostra nazione, purtroppo, rappresenta un caso del tutto speciale di sovrabbondanza di regole, norme, leggi, regolamenti. E, come si sa, tante regole, nessuna regola, perché poi c’è la difficoltà di applicarle.
La spinta alla normazione – la normomania – nasconde in tutti i campi la propensione a rendere presente sempre lo Stato (il pubblico) e a limitare l’autogoverno della società civile (il privato). Ma soprattutto nasconde il nostro mal interiorizzato rapporto con il senso di responsabilità. Del resto, è un carattere antropologico italiano: non ci fidiamo nemmeno di noi stessi.

Le bislacche ordinanze dei Primi Cittadini

In questo senso vanno lette tutte quelle bizzarre ordinanze dei sindaci che, anche genuinamente, tentano un presidio dell’ordine pubblico e la tutela del decoro. Alcune ordinanze pretendono di proteggerci nella nostra quotidianità, come quelle che riguardano l’esposizione di bucato dai balconi, i giochi in spiaggia, il lancio di riso agli sposi, il consumo di cibo e bevande a tarda ora all’aria aperta. E già ci fanno un sorridere e un po’ ci fanno tenerezza.
Ma l’ordinanza del sindaco di Bari ha raggiunto la compulsione della “normomania” E non fa nemmeno sorridere, perché ha un carattere di pericolosità senza precedenti.
Infatti, l’ordinanza del sindaco di Bari vieta, in precise aree del centro storico, gli atteggiamenti di sfida tenuti da gruppi di persone in sosta prolungata, quale misura “prepenale” – come il sindaco stesso l’ha definita – per consentire alle autorità di pubblica sicurezza di stanare comportamenti criminosi quali, in particolare, lo spaccio di stupefacenti. L’ordinanza, in breve, vieta atteggiamenti di per sé leciti in quanto presuntivamente propedeutici a un comportamento illecito.
Come? Se un atteggiamento evidenzia i caratteri dell’illecito si interviene direttamente sul fatto. Basta applicare il diritto penale e tutte le leggi speciali che ci sono. Sembrerebbe che, con questa ordinanza, a Bari non lo si applichi o non ci siano regolamenti di polizia comunale che prevedono la tutela dell’ordine pubblico. Se poi si sostiene, come il sindaco di Bari, che le norme non sono sufficienti, non è che rendendo codificato un semplice atteggiamento o evento umano si garantisce l’ordine pubblico. Anticipare già a fatto illecito uno sguardo o una parola perché costituiscono per sé “una condotta di pericolo per la sicurezza urbana” significa scivolare nella pericolosa china del controllo a priori delle libere condotte umane. La presunzione che esse possano nascondere fatti illeciti mette i brividi.

È giusta una ordinanza di questo tipo?

Se normasse lo Stato, nulla quaestio; ma se lo fa un sindaco che si sostituisce ad esso incominciamo ad avere qualche dubbio sullo Stato di diritto. Senza dire poi dell’astrattezza della normazione, che non definisce – e non può definirle – le condotte.
Qual è al dunque la morale che si può trarre dell’ordinanza “pre-penale” del sindaco di Bari? Intanto dimostra la fragilità del sistema giuridico e amministrativo che, incapace di tutelare l’ordine pubblico con le norme penali e i regolamenti comunali di polizia, è convinto di vincere la partita della sicurezza aggiungendo nuovi divieti che hanno l’unico effetto di sacrificare inutilmente le più comuni libertà individuali. Poi, che la sindrome della regolamentazione finisce per svuotare le regole, anche efficaci, che esistono.

L’altro commercio equo e solidale

Dal produttore al consumatore, un modo diverso di produrre e vendere che garantisce una giusta remunerazione, maggiore sicurezza e uguaglianza.

A maggio solitamente si celebra la Giornata mondiale del commercio equo e solidale, una forma di commercio alternativa al solito insieme di relazioni muscolari tra soggetti forti e deboli, creata per essere un processo etico, che promuova buone condizioni di lavoro nei luoghi di produzione e una catena corta di vendita.

Ciò grazie al supporto di consumatori sensibili alla qualità dei prodotti in vendita nei negozi e nei supermercati. Qualità misurata non solo in quanto a gusto e apparenza ma anche dal punto di vista sanitario, sociale e ambientale. Posto che l’acquisto è una forma di consenso, si vuole che il consumatore dia un consenso informato, affrancato dai miraggi del bombardamento pubblicitario e attento alle reali condizioni di produzione e di movimentazione dei beni.

Dove e quando è nato

Il commercio equo e solidale è un movimento sviluppatosi nei Paesi Bassi a partire dai primi anni Sessanta, anche se l’idea risale agli anni della Seconda guerra mondiale. Un business socialmente impegnato, con sfumature anticapitaliste, il cui scopo è stabilire regole di commercio buone per tutti gli attori coinvolti e permettere alle cooperative di artigiani e contadini dei Paesi del Sud del mondo di lavorare secondo criteri di sviluppo sostenibile.

Dal produttore al consumatore: questa diversa idea di commercio cerca di garantire un’equa remunerazione ai produttori dei Paesi in via di sviluppo in cambio del massimo rispetto dei diritti umani. Quindi, divieto di lavoro minorile, salute e sicurezza sul lavoro, divieto di lavoro forzato o schiavitù, assenza di discriminazione tra uomini e donne e tra persone di diverse razze o religioni, limite definito alle ore di lavoro, libertà di associazione e via dicendo.

Statistiche sul commercio equo e solidale

I prodotti equosolidali hanno rappresentato a lungo una nicchia trascurabile del mercato mondiale, appannaggio di una élite colta e ricca di compratori. Le cose cambiarono quando, nel 1998, i quattro maggiori network mondiali formatisi col tempo si unirono con sede unica a Bruxelles. Da allora il commercio equo e solidale conosce un fenomeno di accelerazione in tutto il mondo occidentale, con un aumento netto delle vendite globali pari, in media, al 20 per cento all’anno. Oggi vi sono prodotti equosolidali in circa 60mila supermercati e 3.000 negozi specializzati. Il 70 per cento dei volumi venduti si concentra in Europa, facendo di questo uno dei settori più dinamici nel Vecchio continente.

In Francia l’81 per cento dei consumatori conosce i principi che governano il settore, anche se ogni francese spende in media solo 2 euro l’anno per l’acquisto di prodotti etichettati. Gli svizzeri invece acquistano in media per 20 euro l’anno.

Oggi, circa 200 organizzazioni di importazione di prodotti equosolidali si rapportano con oltre 5 milioni di produttori nei Paesi in via di sviluppo, dando da vivere dignitosamente ad almeno 25 milioni di persone. Il 26 per cento dei beni viene prodotto in Africa, il 40 per cento in Asia e il 34 per cento in America Latina.