
Maurizio Mori presenta il suo nuovo libro “il caso Eluana Englaro, la “porta pia” del vitalismo ippocratico”. Perchè è moralmente giusto sospendere le cure? Perché ci siamo trovati al cospetto di una tale resistenza ideologica? Perché questa piccola enorme tragedia di una famiglia di Lecco ha coinvolto i vertici delle nostre istituzioni in un modo che non ha precedenti? In definitiva quale è stata, qual’è tuttora la posta in gioco?
Di fronte a tali interrogativi, con grande precisione e sagacia analitica, Mori si impegna nella non facile impresa di illustrare e dar ordine in 240 pagine alle molteplici sfaccettature della vicenda Englaro.
Si tratta di un caso in cui è improvvisamente esplosa sui media la questione irrisolta del “fine vita”. Questo tema, oltre a mancare di una adeguata legislazione, ripropone fortemente la questione della laicità dello Stato italiano e mette chiaramente alla berlina i limiti dell’etica medica così come fino ad oggi è stata intesa. I difensori della sacralità della vita si sono spesso appellati a Ippocrate, fondatore della deontologia medica, per cui l’atteggiamento secondo il quale è assolutamente illecito sospendere le cure ad un paziente in qualsiasi caso, è stato definito “paradigma ippocratico”.
Vi è una potentissima “agenzia morale”, come Mori la definisce, che ha visto minacciata in questa vicenda la propria influenza. La Chiesa Cattolica, nonostante le relative aperture del passato, ad esempio con Paolo VI, si è resa conto che la sospensione dell’idroalimentazione artificiale su Eluana, comportava un atto limpido, visibile e, soprattutto giuridicamente legittimato, assolutamente contrario alla tesi della sacralità della vita umana. Veniva profanata, infatti, l’indisponibilità della vita umana e la sua natura di “mistero”. Da un punto di vista formale, l’epilogo della vicenda Englaro è stato qualcosa che ha visto scontrarsi non solo due posizioni diverse, ma due visioni del mondo interamente differenti, due modi completamente alternativi di rappresentarsi la realtà.
Nella sostanza, il paradigma ippocratico era già in crisi da tempo. Sin dall’elaborazione della definizione di morte celebrale, nel 1968, le tecnologie biomediche e le nuove possibilità delle tecniche di rianimazione hanno, di fatto, reso disponibile la vita umana. Ciò ha determinato un totale mutamento dei parametri in questione, dando vita a situazioni prima inimmaginabili. Maurizio Mori è molto abile a rendere l’idea di questo contrasto, che si pone perfino al di là della controversia sulla laicità dello Stato. Chi gridava acqua e cibo per Eluana, credeva più o meno che la ragazza sarebbe morta di fame e di sete, o ragionava all’interno dell’idea che una società non può culturalmente fare a meno del valore intrinseco della vita umana anche in casi come questo. Nel mentre, una soluzione chimica di acqua, glucidi, lipidi e protidi veniva pompata ogni giorno in un corpo immobile e privo di coscienza, da girare e rigirare manualmente ogni 3-4 ore per evitare le piaghe. Il tutto attraverso un sondino nasogastrico che solo uno specialista può inserire o rimuovere e che provoca continue infezioni e complicazioni.
Dopo circa 13 anni di iter giudiziario, dopo i ricorsi, dopo il conflitto di attribuzione e infine dopo l’annuncio del decreto “lampo”, con il quale governo tentava di scavalcare la Corte di Cassazione, Eluana si è spenta il 9 febbraio 2009 nella clinica “La Quiete di Udine”, tra mille urla e mille speculazioni, tra cui quella del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che si ergeva a difensore di una povera donna che “poteva ancora avere dei figli”. E mentre Beppino Englaro veniva indagato per omicidio, nessuno o quasi faceva più notare, tra le varie cose, che erano stati messi in atto tutti i protocolli universalmente riconosciuti per verificare lo stato vegetativo permanente di Eluana. Uno stato in cui non si sente, non si soffre, non si pensa, semplicemente non si è. Qualunque modo di immaginarsi l’essere nel caso di Eluana, è destinato, infatti, irrimediabilmente allo scacco. Il “mettersi nei panni di” è impossibile, perché presuppone la proiezione di sentimenti, desideri e ragionamenti su un soggetto che non possiede più il sostrato biologico di quest’ultimi.
Al di là delle complicazioni della politica italiana, la nuova tecnologia rende necessaria una nuova Etica, che riconosca innanzitutto che qualunque paradigma non è “il” paradigma ma “un” paradigma. Secondo Mori bisogna, tuttavia, distinguere tra un relativismo assoluto e un relativismo obiettivo.
A differenza di quanto afferma Kuhn, nel noto testo La struttura delle rivoluzioni scientifiche non è detto che i paradigmi siano incommensurabili. La nuova etica non è più un’istituzione naturale, fondata su principi oggettivi legati all’essenza dell’uomo o alla religione, ma è un’istituzione sociale, il cui obiettivo è la ricerca di valori e prassi condivise per garantire il benessere dell’umanità. Su questo piano un confronto tra paradigmi è certamente possibile, anche se sui concetti di “benessere dell’umanità” e di “qualità della vita” il dibattito resta aperto a diverse soluzioni. Tuttavia, vi sono alcuni punti dai quali non si può prescindere, come la distinzione tra vita biologica e vita biografica, il principio di indifferenza della natura e la disponibilità della vita umana come dato di fatto, che ha avuto inizio già dalle prime esperienze di rianimazione.
Sono questi i tratti salienti del nuovo “paradigma bioetico”, che si contrappone quindi radicalmente a quello “ippocratico”. La vicenda Englaro giunge al culmine di una serie di fatti ed eventi che hanno determinato lo sfaldamento progressivo della vecchia morale, dimostrandone la sua inadeguatezza. Essa costituisce per la vecchia morale un evento analogo a ciò che fu la breccia di Porta Pia per il potere temporale dei Papi. Secondo Mori è necessario cercare di pensare in grande, sulla scia della migliore filosofia illuminista: siamo di fronte ad un cambiamento epocale, in quanto il modo di concepire la vita e la natura fin’ora più o meno tacitamente accettato a livello ufficiale, dalla deontologia medica alle “agenzie morali predominanti”, si trova improvvisamente superato. Allargando lo sguardo, si tratta di un terreno in cui la medicina e la religione si muovono di comune accordo praticamente da sempre, in quanto l’idea della sacralità della vita riguarda una dimensione religiosa che trascende il cristianesimo e affonda le sue origini in una religiosità “proto-naturale”. In particolare, sin dall’origine delle prime civiltà, è sempre stata presente nell’ uomo l’idea di una distinzione tra l’umano e il divino, tra un piano empirico e un piano ulteriore, un cosmo che “vive” e che “parla”, del quale alcune cose, come la vita, si manifestano come mistero. E’ questa l’idea di fondo che fin’ora ha prevalso, ma adesso siamo di fronte alla necessità di costruire un paradigma condiviso che riconosca la disponibilità di fatto della vita umana e che possa garantire al tempo stesso il rispetto per l’essere umano e per la sua libertà di autodeterminarsi. Per la prima volta nella storia, bisogna ragionare, sin dal profondo, etsi deus non daretur.

