La crisi non è passata. Contrariamente da quanto, con goliardico spirito ottimistico, si legge sui giornali o si ascolta dalle varie dichiarazioni, i problemi economici permangono, così come i licenziamenti, i soldi che mancano, gli industriali che protestano.
Il problema è che poco o nulla è stato fatto per evitare che, in futuro, una crisi del genere stronchi nuovamente i sistemi nazionali.
La responsabilità maggiore della crisi è attribuibile alle banche. Perché?
Anno di grazia 2001: gli USA dichiarano guerra all’Iraq, la Federal reserve bank, la banca centrale statunitense, abbatte il costo d’interesse: dal 6% si arriverà all’1%. Significa che prendere in prestito del denaro in banca costerà meno, ovvero si pagheranno minori interessi al momento della restituzione del prestito.
Obiettivo: stimolare la domanda interna, ovvero i consumi. La gente avrebbe comprato di più, il Pil sarebbe aumentato, la guerra si sarebbe finanziata. Già, la guerra: questo piano, infatti, prevedeva che, tramite la vittoria in Iraq, il petrolio del medio-oriente sarebbe stato rivenduto dagli Stati Uniti traendo enormi vantaggi. Questo per chi pensa che gli Usa avessero voluto esportare democrazia tramite la guerra, che costava circa 3000 miliardi di dollari l’anno.
Torniamo negli Stati Uniti: con una politica del prestito tale da incoraggiare tutti ad chiedere del denaro, dato che costa meno farlo, si sviluppa il fenomeno dei mutui subprime.
Il problema non è esclusivamente la concessione di prestiti ai cittadini, a favore di accedere ai mutui, bensì nella concessione di denaro a chi non poteva offrire nessuna garanzia, i cosiddetti ninja.
Concedendo i prestiti ai Ninja, spesso senza lavoro né soldi reali, la banca rischiava parecchio. Ed ecco l’espediente: questi titoli di credito, di proprietà delle banche, erano immessi e venduti sul mercato agli acquirenti, spesso come pacchetti di titoli, gli headge founds.
Tutti potevano tranquillamente richiedere ed ottenere prestiti per i consumi più vari: non solo case, ma anche automobili, viaggi e così via.
Gli acquirenti erano così cretini da comprare titoli ad alto livello di rischio? No. Le società di rating, contattate dalle banche (altro paradosso), dovevano stabilire se quei titoli erano sicuri ed affidabili. Evidentemente lo erano, dato che gli investitori acquistavano tali titoli, diventavano creditori e aspettavano, sfregandosi le mani, la data di riscossione del credito più gli interessi.
Gli anni passano, e con questo sistema malato e questa economia drogata da titoli tossici, il debito delle famiglie americane è schizzato a 18.000 miliardi di dollari, mentre il Pil è aumentato di 3.800 miliardi: era, ed è, un’economia basata sul credito che, però, dimentica o non prende in considerazione la possibile inesigibilità del debito.
Infatti la guerra non è finita e per far fronte alle difficoltà la Federal reserve ha nuovamente aumentato i tassi d’interesse (fino al 5,25%): essendo mutui a tasso variabile, gli interessi da restituire erano quindi maggiori di quelli che si sarebbero dovuti pagare al momento della stipulazione del mutuo.
La bolla si rompe: chi aveva pochi soldi ed accese un mutuo, è sul lastrico poiché stroncato dagli interessi (si parla di ceto medio). Chi non aveva soldi ma ha ricevuto lo stesso il mutuo è addirittura tranquillo: per lui non è cambiato nulla. Ma chi aveva comprato quei titoli, gli investitori, si ritrova ora senza un soldo rispetto agli investimenti che aveva fatto, sui quali era stato magari consigliato e dal quale si aspettava la massima esigibilità grazie alle agenzie di rating.
Giocando a poker con i risparmi della gente, accompagnate dalle accondiscendenti agenzie di rating, le banche hanno fatto sì che sul mercato fossero immessi titoli che lo hanno destabilizzato, ammalato. Questo “cancro”, ovviamente, si è esteso anche in Europa.
In Gran Bretagna, addirittura, dove il liberalismo è più religione che una teoria economica, si è statalizzata una delle banche principali del Paese.
Le banche hanno ora bisogno di liquidità, per non fallire come le altre: liquidità concessa ovviamente dagli Stati. Il punto non è la ricapitalizzazione da parte dello Stato (e quindi da parte dei contribuenti); bensì è capire come costruire un insieme di regole che evitino simili scellerate operazioni economiche. Operazioni che, è giusto chiarirlo, colpiscono in primis i ceti poveri.


