Referendum perifrasticamente passivo?


Non ho mai mancato ad una chiamata elettorale dacché sono stato abile giuridicamente nell’esprimermi. Né un referendum, né un ballottaggio. Per una certa perversione morale che mi regola, e che si fonda su pochi ragionevoli assiomi. Questa chiamata elettorale si svolge il 21 e 22 giugno, nunc quaerendum est referendum.

I quesiti sono pochi e piuttosto corti ed all’apparenza innocui.
1 – Abrogare la possibilità per le liste di coalizzarsi al fine di ottenere il premio di maggioranza alla camera dei deputati. Il premio di maggioranza andrà invece assegnato alla lista di “maggiore minoranza.”
2 – lo stesso, per il senato. Regionalmente parlando.
3 – Abrogare la possibilità che un candidato possa presentarsi in più circoscrizioni.

Tralasciando la ragionevolezza del terzo quesito, i primi due possono generare diverse situazioni:
1 – un partito è sicuro di essere il primo partito del paese (in termini di voti, non di teste pensanti), si fa la sua lista, si governa l’Italia come gli pare. Questo è possibile anche con l’attuale legge elettorale. Se il PDL avesse voluto, avrebbe potuto “andare da solo” e pigliarsi il premio di maggioranza in coalizione con sé stesso.
2 – un partito non è sicuro del risultato elettorale, ed è costretto a fare delle liste miste con altri partiti per pigliare il premio di maggioranza, ovvero come travestire le coalizioni con contorno di azzuffata candidatizia della peggior specie.

In ogni caso, non cambierà quasi nulla della legge elettorale attuale (tranne la storiella delle circoscrizioni, che mi evita di fare dei conti da astrofisico per capire chi viene eletto dopo ogni votazione), che vedrà abrogata la possibilità di coalizioni, che rientreranno sotto forma di liste se necessario, e comunque genererà un parlamento che non riflette il voto popolare. Quelli della tivù dicono “sistema maggioritario”. Il fatto che non rappresenti il voto lo chiamano “governabilità”.

A questo punto uno dovrebbe decidere se votare sì o no. Beh, io voterei no/no/sì, se valesse la pena sacrificare uno dei miei ragionevoli assiomi, ovvero l’edonismo, a favore del più alto senso dello stato, altro ragionevole assioma. In questo caso, però, il secondo la perde alla grande contro il primo, ed è la prima e spero l’ultima volta.


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5 Commenti

  1. mauro longo scrive:

    infatti la questione è assolutamente interessante e la decisione non è di quelle scontate che si prendono per partito..
    inoltre i referendum andrebbero sempre supportati in quanto tali, come espressione della democrazia piu diretta..

  2. L.Longo scrive:

    a me stuzzica molto il SI SI SI … so che può essere molto distruttivo … alla fine è il modello che più si avvicina a quello degli stati esteri che ammiro di più dal punto di vista della loro organizzazione politica. Ma sarò per il NO NO SI

  3. Manuel scrive:

    fino ad adesso non avevo mai avuo dubbi in materia di referendum, difatti mi trovavo sempre a patteggiare per il sì

    questa volta non sono così convinto e non mi sembra che tali proposte ci facciano sorpassare il porcellum, anzi forse vanno nella direzione opposta

    anche io sono per un NO- NO – SI ma può darsi che in cabina mi prenda un attacco tipo “riformista ad ogni costo” e punti sul triplice Sì.

  4. Viola scrive:

    Io invece propendo per l’astensione, per due motivi.
    Primo: il terzo quesito sarebbe da votare sì, se la nostra legge elettorale ci consentisse di decidere chi mandare poi su questa o quella poltrona (ovvero di esprimere delle preferenze). Ma visto che non ce lo consente non ha senso purtroppo fare una cosa del genere

    Secondo: In alcuni stati esteri, dove vige, il bipolarismo, il bipartitismo,e compagnia, ci sono una serie di artifici politici, vedi primarie americane, dove uno davvero sceglie il suo capo di partito, e di conseguenza la linea che il partito più o meno dovrà seguire. Visto che nemmeno questo avviene qui in Italia, mi sembra solo un modo per delegittimare ancora di più il parlamento e far andare le legislature avanti a “colpi di maggioranza”.

    Questa non mi sembra una grande democrazia…

  5. Federico Quaglia scrive:

    Per quanto riguarda i primi due quesiti penso ci si ritrovi davanti al solito dualismo democrazia\stabilità.
    Facendo un rapido calcolo: l’affluenza alle urne in Italia si aggira intorno al 78% degli aventi diritto ed un partito, per essere il maggioritario, necessita di circa il 34% dei voti di questi (stima mia). Questo vuol dire che, effettivamente, il partito che avrebbe il potere di governare il Paese rappresenterebbe solo un quarto della popolazione votante (0,78*0,34=0,2652), valore ben lontano dall’essere una qualsivoglia maggioranza!
    Certo il Governo risulterebbe più stabile e meno soggetto ai ricatti dei “partitini” ma, per essere drastico, a me sembra un passo indietro che fa la democrazia verso la dittatura.

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