Ieri (10 luglio) abbiamo assistito a Vigevano (PV), nell’ambito della manifestazione “Festa in Comune”, organizzata dall’Associazione Culturale “La Barriera”, allo spettacolo teatrale scritto da Gianni Barbacetto e Giulio Cavalli. Prima dello spettacolo c’è stato spazio anche per un emozionante intervento della vedova di Antonino Caponnetto, padre del pool anti-mafia di Palermo, che ha raccontato la difficile storia di colui che, in seguito alla morte di Rocco Chinnici, decise di trasferirsi a Palermo e combattere in prima linea la mafia.
“A cento passi dal duomo” è il titolo dello spettacolo teatrale scritto da Gianni Barbacetto, giornalista, scrittore tra gli ideatori del nuovo quotidiano “Il Fatto Quotidiano” in uscita a settembre, e Giulio Cavalli, attore, interprete dello spettacolo. Cavalli è di Lodi, sotto scorta da un anno e mezzo. Vive a Lodi non a Palermo. Eppure, qualcuno, dice che parlare di mafia nella operosa Lombardia è un modo per infangarne un buon nome. La stessa cosa lo dicevano in Sicilia negli anni ’60 e ’70, prima di scoprire che chi infanga la Sicilia era la mafia, non chi ne parlava. E’ su questo che si concentra questo pezzo di teatro, idea di Gianni Barbacetto, poco meno di quaranticinque minuti di spettacolo, dove si concentrano tutti i misfatti della Milano bene implicata con le cosche siciliane, campane e calabresi, cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta.
Così si comincia dalla morte di Giorgio Ambrosoli, nella notte tra l’11 e il 12 luglio, ed il ricordo di quel funerale senza istituzioni, inosservato per la Milano bene, abituata a rivolgersi a Michele Sindona nello studio di Via Turati, Michele Sindona detto il “mago delle tasse”. Così l’imprenditoria rampante di Milano sta con Michele Sindona, più volte nominato dai collaboratori di giustizia per i suoi contatti con le cosche. Sindona muore in cella “trangugiando un caffè al cianuro”. Sindona, ha un allievo, questo allievo si chiama Roberto Calvi, presiede il Banco Ambrosiano fino alla crisi, poi si suicida in Inghilterra, si impicca al Blackfriars Bridge di Londra.
L’Italia non sa ancora cosa sia successo. Sindona, Calvi e Licio Gelli (maestro venerabile della loggia massonica P2) si trovavano insieme alla direzione di una banca, la banca di Pippò Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano, tutti uomini guida della mafia. Questa banca era la banca Rasini, il cui direttore generale faceva di cognome Berlusconi. Luigi Berlusconi, padre di Silvio, a capo di quella banca che per prima finanziò i progetti edilizi del Berlusconi rampante imprenditore edilizio milanese. Altro che self-made man. Eppure, la banca Rasini è a Milano, ma nessuno vede niente, “la mafia non appartiene a Milano”, continuano a dire i suoi amministratori, “chi parla di mafia qui, vuole infangare il buon nome della città e della Lombardia”.
Chi vuole informare, passa dalla parte del delinquente, chi delinque dalla parte di colui che vuole lo sviluppo. Eppure a Milano, di arresti eccellenti ce ne sono stati. Ricordiamo Luciano Liggio, detto la primula rossa di Corleone, arrestato proprio a Milano, in viale Ripamonti. A Milano, non a Palermo. Eppure oggi la mafia sta a cento passi dal duomo, a cento passi da Palazzo Marino, sede del Governo di Milano, lo stesso posto dove ci si era seduti per costituire una commissione antimafia per vigilare sull’Expo 2015, commissione poi disertata e sciolata dalla maggioranza di centrodestra. Non solo Expo 2015, anche mercato ortofrutticolo di Milano, città dell’ihinterland insospettabili con infiltrazioni e contatti importanti come Miccichè e Dell’Utri, fondatore del partito Forza Italia e condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e a due anni per frode fiscale.
Cene e banchetti tra la Milano dei rampolli dell’industria, gli amministratori e gli emissari delle cosche. De Luca, politico di lunga data di Milano, oggi deputato della Repubblica, un uomo che propone, vota e discute leggi in nome degli italiani tutti. Su De Luca l’ombra del clan camorristico dei Guida, un’avvocatessa milanese, assunta dalla cosca avvicina De Luca per aggiustare un processo in Cassazione. De Luca accetta subito, invia fax e fa chiamate dal suo ufficio alla Camera dei Deputati per appoggiare la cosca. I magistrati di Milano chiedono di avere i tabulati delle telefonate partite dalla Camera, la quale a maggioranza (destra e sinistra d’accordo) vota per non fornire i documenti alla magistratura per proseguire le indagini. Processo archiviato e brindisi per “l’onore ritrovato”. Che strano senso dell’onore questi politici.
“A cento passi dal Duomo” è uno spaccato della società e delle istituzioni milanesi di oggi, più preoccupate ad apparire che alla vera cura del cittadino e della società civile, più preoccupata di non infangare il buon nome della Milano bene che produce. Milano vende la droga che viene raffinata in Sicilia, la vende negli USA, la vende in tutta Europa. A Milano trovano asilo le mafie, e non solo asilo, ci stanno costruendo basi, basi ben salde e pronte ad agire, anche a Milano oggi, i criminali hanno i polsini ed i colletti bianchi. Ed i milanesi non se ne stanno accorgendo. Ed è così che “L’alone di cosa nostra finisce nel Martini insieme all’oliva”, non vi resta che andare a sentire come assistendo a questo spettacolo di rara forza ed impatto.


