Pillole da un libro(agitare con cura): Bianco di Marcella Menozzi – parte I
Ho letto un libro, uno di quelli inaspettati che neanche ricordo come tanto meno perché ibs me l’ha recapitato a casa (non la mia, in onestà, quella dei miei perché io a casa non ci sono mai).
L’ho preso in mano in una domenica mattina di metà luglio e ho scoperto che l’autrice è modenese e che la storia è ambientata proprio in territori, luoghi, che conosco, un po’ almeno (di sicuro più della maggior parte delle letture, non essendo io vagabonda per natura, né ho avuto poi concrete occasioni per viaggiare o ‘fare baracca’ come si deve). E ho anche scoperto che questo libricino del 2006, sottile e dalla copertina bianca e blu non è un trastullo sull’adolescenza, valzer di coppie in divenire e in crollare, e non annoia. Incolla. Fa sorridere e scuotere la testa. E’ come la palla di vetro dei maghi, ci si può vedere brevi fotogrammi di un passato avvolto da nebbie eppure nitido quel giusto da farsi riconoscere. Ho scoperto che c’è ancora ampio margine per le storie di affettività quotidiane, girovagando tra location comuni che non sono il Bronx o London o Paris, sono Formigine o la Baracchina a Bologna o un qualche altro posto dove in molti hanno camminato, vomitato, sputato, riso e baciato senza sentirsi speciali essendolo.
Allora, da momento che c’è un evidente vena di ‘follia’ in questo romanzo, follia nell’eccezione di ‘diversità pericolosa’, un approccio che miscela elementi più facilmente rintracciabili separatamente, una lingua gergale eppure fine, intelligente, un fluire di fatti, pensieri, annotazioni alte e basse, con un narratore che pare esterno poi interno, che parla di sé come persona poi dei protagonisti come di personaggi.
Allora.
Scrivo di ‘Bianco’di Marcella Menozzi, Fazi, gennaio 2006 con lo stesso pathos compulsivo.
Dopotutto leggere è fare propria una storia. Anche.
Mi sembra che questa persone siano così vere che questo mondo di plastica che incontrano a volte lo sciolgono lo bucano lo fanno impazzire, a volte esplodere; vorrei raccontarvi ancora un po’ il modo con cui lo fanno esplodere. (pag.24)
Certi libri sono le ‘giuste’ conferme, avvallano certezze. ‘Bianco’ racconta di trottole relazionali, ragazze e ragazzi che vivendo nel modenese e limitrofi si incastrano, incrociano, rigettano, fuggono e cercano. Che ha un sapore qualunque, scritto così. Eppure la Menozzi conferma come la banalità apparente è follia speciale, il più delle volte. Raccontare di Anna, Carla, Michela, Mirko, Giulio e una Serena, di ‘un’ nome che fa e pensa; è anche l’occasione, il pretesto per scavarsi (dentro sé, non so, dentro il ‘sé’ di molti altri, certamente). Ed è un raspare tra piaghe fragili, mollicce, quelle delle affettività mutevoli, contorte tra aspettative, ricerche, bisogni ferocissimi destinati – forse – a rimanere insoddisfatti. Le trottole tra i personaggi-persone non sono fini a se stesse, espandono sensi, risucchiano il ‘dentro’ del lettore per liberarlo nel corpo di una Serena, un Mirko, o una Carla.
Se per caso un essere umano è invece costretto a stare da solo per scelta, si ritroverà a doversi tenere tutte le sue frustrazioni e darà la colpa di questo suo malessere al fatto di non avere un amore corrisposto ma in realtà sono le sue cose che lo fanno soffrire, sono quelle cose che non è riuscito a sbolognare a nessun altro perché non c’è nessuno così pazzo che abbia intenzione di prendersele. (pag.32)
Costretto. Solo. Doversi tenere. Frustrazioni. Colpa. Malessere. Le sue cose. Soffrire. (Non) sbolognare. Nessun altro. Così pazzo. (Non) prendersele.
Le parole-chiave emergono senza sforzo, in certi punti la narrazione si auto decodifica o qualcosa di molto simili a un processo di traduzione simultanea tra superficie e strato sotto pelle, subito sotto perché i simboli non sono poi così nascosti, probabilmente neanche potrebbero, celarsi in fondali profondi, allora restano a sfiorare la superficie, attendono di aggrapparsi a mani incerte.
Nei prossimi giorni le parti restanti della lettura-analisi.
Photo Credit: Michelle Brea che si ringrazia.
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Una bella recensione, complimenti
Grazie Luca, è uno di quegli approcci ‘di pancia’ poco convenzionali.
Spero che anche le altre parti ‘arrivino’ allo stesso modo.
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