La prima pillola QUI
Il primo racconto, nel complesso, mi è arrivato di più, probabilmente per l’incedere, lo scegliere un raccontare coinvolgente, che in ogni pagina srotola lentamente una matassa mutevole. Il ventisettesimo anno è quello che libera il protagonista da una precisa schiavitù legata alla morte di un fratello maggiore. Oltre il ventisettesimo anno c’è il nulla, perché l’altro fratello, venuto prima, non è vissuto abbastanza per mandare avanti le lancette del tempo, per compiere altri anni e generare quindi memorie, esperienze, punti di riferimento da richiamare, cercare o forse anche emulare.
Mentre la realtà invocata dal secondo racconto finisce in una storia macabra consumata tra cimiteri e parti gemellari dai contorni quasi morbosi, ma raccontata in un locale qualunque bevendo tra il vociare sempre più fastidioso.
Il primo racconto è un’esplorazione simil chirurgica dell’esistenza di un personaggio, prima bambino poi adulto, che crescendo scopre, si interroga, costretto ad affrontare perdite difficili da riassorbire, come tanti piccoli ematomi mai scomparsi del tutto. Ed è un’esplorazione intima, profonda, dove il narratore esterno non risparmia, affonda. Con un finale che in un certo senso recupera l’inizio, e che mi ha fatto ripensare all’ouroboro, serpente che si morde la coda, simbolo e chiave di un altro romanzo del quale Mancassola scrisse, prevedendone gli echi (Uno in diviso di Alcide Pierantozzi). Il racconto inizia nel ‘prologo’ con la scena di un incidente e si conclude con un altro incidente dai contorni sfocati. “ Un incidente è una deviazione improvvisa” si legge nelle ultime righe, “E’ qualcosa che ti porta lontano, sempre più lontano, da un tragitto originario che non ricordi neppure più, ma che pure dev’esserci stato.” (pag.53). E ‘incidente’, ‘morte’ e ‘lontano’ sono termini ricorrenti per sensi,e scavi.
Nel secondo racconto, invece, si esplora una storia dove i personaggi appaiono e scompaiono, mutano nelle forme (e non solo in senso metaforico) eppure si resta – leggendo – fermi su un’inquadratura apparentemente lontana proprio perché chi narra è anche personaggio: la scena iniziale (che si sottintende essere la principale) inquadra due amici a bere in un locale.
Ultima annotazione tecnica: si ritrova un uso moderato e controllato delle parentesi come ‘contenitori’ di frasi che sono contenuti su piani non coincidenti con la narrazione principale. Un’ulteriore amplificazione dei sensi di un dato momento narrativo.
E mentre sapeva anche allora, naturalmente, che quelle cose un giorno, pur continuando a rappresentare un’idea di divertimento, avrebbero di fatto contato meno (forse perché è il divertimento a non essere più centrale nei suoi pensieri, ad aver dimostrato l’efficacia, come una medicina cui le malattie hanno imparato a resistere, al riscatto di qualunque cosa si potesse o dovesse riscattare), ciò cui non pensava era quanto simili sarebbero apparsi, a un occhio esterno e senza tempo…
(pag.38)
Un ‘piccolo libro’ che si legge velocemente, scivola ma assesta colpi e riflessioni. Adatto alle pause brevi e che invoglia, viene da chiedersi cosa può fare l’autore con questi e magari molti altri strumenti narrativi, formando, curando e restituendo storie di altra lunghezza. Questa edizione è impreziosita e contaminata profondamente dalle fotografie di Pierantonio Tanzola, valore aggiunto coraggioso (per il mercato editoriale) quanto espansione creativa colma di suggestioni e potenziali interpretazioni.

