La miccia accesa da Svastichella e compari non si è ancora spenta, la bomba ci sta scoppiando in mano e non c’è nessun politico del governo che abbia cercato di promuovere un’inversione di tendenza. Niente patrocinati per i vari gay- pride, niente accuse di omofobia per gli omofobi, niente. Solo l’ennesima promessa di vigilare, di aumentare gli effettivi e i controlli. La “sicurezza” di questo governo non fa opera di prevenzione. Cerca di punire di più da una parte, senza peraltro cercare nella direzione giusta, e fomenta paura dall’altra. Risultato: la schizofrenia sociale. Le donne, i bambini, i cani e i froci restino in casa dopo il coprifuoco; al resto ci pensano le ronde e i militari che, gentilmente, perlustrano le nostre linde strade fucile alla mano.
L’antropologia culturale insegna a mettere in dubbio qualsiasi cosa, non ci sono certezze o verità assolute, l’unica certezza è l’anthropos (l’uomo). Un punto su cui si dibatte da decenni è la dicotomia Natura/Cultura. In grosso, per non annoiare, il dibattito è questo: tutto ciò che ci circonda è classificato nelle due categorie qui sopra, i termini “Natura” e “Cultura” sembrano concetti totalmente lontani e differenti tra loro. A prima vista non si toccano, sono come due rette parallele. Peccato che entrambe le parole sono state inventate dall’uomo, e il linguaggio è, già di per sé, un complesso mélange di natura e cultura.
Per fare un esempio concreto; il cibo. Il cibo e l’atto di consumarlo sono “naturali”, poiché mangiare rientra tra le funzioni puramente biologiche, siete d’accordo? Ma quello che succede prima: coltivare la terra, allevare gli animali, tagliare, lavorare, macellare le materie prime, che saranno poi lavorate ancora e ancora prima di arrivare a tavola, non rappresenta forse una produzione? Anzi una produzione culturale? Mangiare essendo uomini non è solo nutrirsi; è preparare, lavorare, cuocere, disporre sul piatto e consumare con forchette, bacchette, coltelli e piatti. Tutto seguendo un’eredità culturale fatta di ricette, di tradizioni e di gesti. Non c’è nulla di “naturale” nel cibo che mangiamo. Una patata naturale è quella radice che si trova sottoterra. Mangiarne una bollita significa aver messo in moto dei meccanismi che non esistono in natura.
Ecco, la dicotomia etero/gay esiste in natura quanto la patata bollita. La natura è luogo di indefinitezza. Lasciamo perdere la concezione di “Creato divino” e quella di “Perfezione meccanica” alla maniera positivistica. Le visioni che questi due termini suggeriscono non sono altro che uno specchio che l’uomo ha costruito per riflettere se stesso e la sua “perfezione”. Entrambe implicano un disegno, uno scopo, una giustificazione dell’esistenza.
Ma torniamo a noi: quando nasciamo la nostra sessualità è già decisa da secoli di cultura. Pene uguale maschio, vagina uguale femmina; fiocco azzurro e fiocco rosa. Anche queste due categorie rientrano in pieno nella dicotomia Natura/Cultura. Storicamente l’uomo è il “naturale” depositario della cultura, è mente e spirito. La donna è invece “natura” punto, procreatrice designata. Siamo gli unici mammiferi che hanno prolungato la crescita biologica della nostra prole fino ai 13-14 anni, questo per crescere i nostri cuccioli e insieme “educarli”, dar loro le basi per muoversi tra le leggi degli uomini, che non sono leggi naturali. Tutta la nostra infanzia è piena di segni che indirizzano al nostro “ruolo naturale”: vestitini vezzosi, colori pastello, bambole, cucine e tavole da stiro in miniatura per bimbe; pantaloni, colori forti o sobri, macchinine, palloni, soldatini, robot per bimbi. Un percorso obbligato, manipolato dall’ambiente familiare, dalla televisione, (scatola magica che contiene tutti gli stereotipi costruiti da secoli), dalle scuole, dalla religione. Bimbe che si preparano a un avvenire molto serio e duro, abituate fin da piccole alla responsabilità della famiglia ma anche spinte a cercare la propria auto- determinazione, (quest’ultima è un’invenzione dell’ultimo secolo). Bambini indirizzati da subito a cercare la loro strada, preferibilmente virile, e a loro agio con la figura dell’esercito e con quella della guerra. Qualche giorno fa, essendo baby-sitter di un bambino di quattro anni, sfogliavo un libricino di storie; il mio occhio è caduto sull’ultima pagina, dove si pubblicizzava la collana di favole, differenziata secondo il sesso. Nemmeno le favole sono unisex ormai.
Ovviamente sto generalizzando, la realtà che descrivo è stilizzata e non rappresenta tutte le fantastiche sfumature e anomalie che la società è in grado di produrre, ma diciamo che voglio analizzare il modus operandi della costruzione della sessualità, che parte dall’infanzia. La sessualità è generalmente qualcosa di “non-detto”, ma di clamorosamente evidente e sottinteso. Ricordo che mio fratello maggiore vietò al suo secondo figlio di usare una carrozzina giocattolo, proprietà di mia sorella minore. Evidentemente, giudicava l’attrazione del figlio per quel gioco poco virile, temeva nel profondo di se stesso che non fosse “normale”.
L’eterosessualità non è incisa nel nostro DNA, è l’istinto riproduttivo divenuto costruzione culturale. E’ il risultato dell’osservazione umana; provato che la procreazione si basa sull’unione maschio-femmina, la conseguenza è che l’unica unione naturale sia quella. Se poi però andiamo a dare un’occhiata al regno animale, vediamo che certi atteggiamenti che ci caratterizzano scompaiono. Se l’uomo è cresciuto imparando a nascondere la propria emotività, a non mostrare sentimenti davanti ad altri uomini, e la donna l’esatto contrario, vediamo che gli altri mammiferi non hanno questo tipo di freni. Quelli che vivono in branco hanno comportamenti solidali e spontanei, senza distinzioni di sesso.
L’omosessualità, come l’eterosessualità, è dunque un prodotto, o meglio un anti-prodotto, eminentemente culturale. E’ il suo contrario e il suo doppio, in altre epoche decantata come il vero amore, nella nostra ancora discriminata, a seguito di due millenni di denigrazione. L’omosessualità non è una scelta, sia chiaro, ma un percorso d’orientamento sessuale che porta all’esatto contrario dell’eterosessualità, spesso imposta. E’ prendere una direzione diversa, enfatizzarla anche, rispetto alle imposizioni. Io credo che la risposta sia nel mezzo e che, come per Natura/Cultura, non possiamo veramente affermare cosa sia innato e cosa costruito. Che alla base esistano solo istinto e indefinitezza.
Crediti fotografici: Philippe Leroyer da Flickr



Bellissimo articolo. Quello che ci propone oggi l’antropologia culturale è suffragato dagli ultimi studi di biologia, in particolare del comportamento sessuali dei mammiferi. Le differenze sono molto più complesse delle etichette che usiamo e rivelano una cospicua gamma di combinazioni tra sesso e orientamento sessuale.
Che in natura esista solo istinto e indefinitezza, non mi lascia però molto d’accordo. Preferirei parlare di una pluralità di forme complessa, non armonicamente ordinata, ma capace di esprimere delle realtà compiute immerse in qualcosa di fluido. Sicchè potrebbe anche darsi che esistono diverse combinazioni tra sesso e orientamento sessuale che noi oggi tendiamo a schiacciare nelle etichette gay-etero, ma meriterebbero magari un altro nome o un altro genere. O potrebbe darsi che la sessualità fisiologica non sia un fattore così determinante così come lo crediamo noi.