E’ partita la requisitoria del processo d’appello che vede imputato il senatore, nonchè fondatore ed ideologo di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
E’ il pg Antonino Gatto ad occuparsene e, nel corso della prima giornata della requisitoria, con Dell’Utri assente, rappresentato dalla difesa, la posizione di Dell’Utri è già scomoda. La scomodità di Dell’Utri per la verità esce già dalla sentenza in primo grado, dove il senatore venne condannato col mafioso Gaetano Cinà. Di quella sentenza, che così poco spazio ha avuto tra i soliti noti TG, la maggioranza della popolazione non ne è nemmeno a conoscenza. Se Dell’Utri è scomodo in tribunale, lo stesso non si può dire al senato, dove tutt’ora siede e dove il suo posto non è praticamente mai stato messo in discussione. Anzi. A questo però, l’italiano sembra essersi adattato, ed il pregiudicato in parlamento non è più un problema.
L’inizio della requisitoria di Gatto riguarda i rapporti tra Dell’Utri e Mangano, che dalla Sicilia arrivano fino ad Arcore. Per i più smemorati la storia è riassumibile in poche righe. Dell’Utri e Berlusconi si laureano in legge (incredibile, ma non poi più di tanto, perchè come si dice, per eludere le leggi occorre conoscerle). Alla fine degli studi i due sono amici, ma Dell’Utri torna in Sicilia e diventa proprietario della squadra di calcio della Bacigalupo, dove vi giocava il figlio del boss Cinà, mentre Berlusconi costituisce la sua prima società con i famosi fondi della Banca Rasini, di cui il padre è direttore generale (alla faccia del self-made man). La banca dei Calvi, dei Sindona, degli Andreotti ed allo stesso tempo anche dei boss Bontade, Provenzano, Riina e Calò.
Nel ’73 Berlusconi inizia la costruzione della sua prima villa in quel di Arcore e cerca un segretario. Ecco allora che richiama Dell’Utri al nord. Occorre un nuovo dipendente, nella villa si cerca un personaggio che gestisca il maneggio, uno stalliere insomma. Lo stipendio è altissimo, ma in tutta la Brianza, la premiata ditta Berlusconi-Dell’Utri, non trova nessuno disposto a svolgere quella mansione (?). Ecco allora che Dell’Utri si attiva e, porta dalla Sicilia, Vittorio Mangano, di cui nessuno si preoccupa di guardare il curriculum. Che vede già una serie di denunce e tre arresti, con condanne per emissione di assegni a vuoto e truffa.
Mangano arriva dunque nel ’73 ad Arcore e ci lavorerà per due anni, fino al 1976. Quello stesso uomo che anche Buscetta, durante gli interrogatori davanti ai giudici definì uno degli uomini d’onore di ‘Cosa Nostra’.
Dopo questa breve digressione, abbiamo gli elementi per comprendere i passaggi della requisitoria di Gatto che esordisce: “Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza”. Questa dichiarazione non è una novità per chi segue la vicenda, anche se per la prima volta viene esplicato in una requisitoria davanti alla Corte di Cassazione di Palermo. Primo tema è dunque lo ‘stalliere’ di Arcore, che già Borsellino indicava come uomo d’onore mandato al nord da ‘Cosa Nostra’, individuando che nei cavalli di Mangano qualcosa di strano c’era, se venivano recapitati in stanze di albergo anzichè al maneggio, come uscì dalle intercettazioni telefoniche e dalla deposizioni di Buscetta.
Gatto arriva poi alla domanda cruciale: “Ma davvero – si chiede Gatto – non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall’estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole? In realtà non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt’altra natura rispetto a quelli agricoli”.
Dell’Utri, conosceva benissimo Mangano, che gli fu presentato proprio da Gaetano Cinà, ai tempi della Bacigalupo, la squadra di calcio di Dell’Utri. Mangano viene quindi individuato come l’emissario di ‘Cosa Nostra’ ad Arcore, proprio per gestire anche i movimenti del riciclaggio del denaro sporco arrivato da Palermo diretto verso Milano e l’estero, e tutelare la famiglia Berlusconi dalle precedenti minacce di rapimento avuti da Cosa Nostra, con cui preferì prendere accordi e non denunciare.
Non è finita perchè Gatto, colloca poi una data, precisamente il 1975, di un incontro tra il boss Bontade, reggente della famiglia Santa Maria di Gesù, gli uomini d’onore Mimmo Teresi e Nino Grado, insieme a Dell’Utri e Berlusconi. Incontro confermato dal pentito Francesco Di Carlo, di cui lo stesso Gatto ha ribadito più volte la credibilità.
Il pg conclude affermando che, per tutti questi episodi le giustificazioni sono assurde, così come riportato nella sentenza di primo grado che condanna il senatore. Inoltre Antonino Gatto, non può fare a meno di notare, perchè basta ascoltare un’intervista, che il comprtamento di Dell’Utri “è conforme a quello mafioso. Dentro le aule, infatti, smentisce la sua vicinanza alle cosche e la sua estraneità ai fatti, fuori, come è riportato in diverse interviste, difende Mangano”.
L’atto d’accusa proseguira il 9 ottobre e si concentrerà sul ‘pizzo delle antenne’, ovvero, il versamento di somme da parte della FININVEST a ‘Cosa Nostra’ nel 1986, per la ‘messa a posto’ dei ripetitori di Palermo, operazione, come ribadito dalla sentenza di primo grado, seguita personalmente dall stesso Dell’Utri.
Primo risultato che confermerebbe la condanna in primo grado è quindi servito: Marcello Dell’Utri avrebbe intrattenuto rapporti con uomini di ‘Cosa Nostra’ assiduamente e con conoscenza dei rapporti di questi ultimi con l’organizzazione mafiosa, tanto che Mangano è stato condannato per truffa ed emissioni di assegni in bianco come già detto, in più all’ergastolo per duplice omicidio, condannato per Mafia nel processo “Spatola” istituito da Falcone, successivamente venne condannato nuovamente per mafia e traffico internazionale di droga nel maxi processo istituito da Falcone e Borsellino, in questo processo non viene condannato per mafia ma solo per droga ad 11 anni, perchè è gia stato condannato prima per lo stesso reato e in Italia non si può essere condannati due volte per lo stesso reato.
Se venisse confermata la sentenza di primo grado per Dell’Utri, questa vicenda aprirebbe comunque una profonda questione sulla facile ricattabilità degli uomini di punta del governo da parte della criminalità organizzata, pertanto risulterebbe semplice a ‘Cosa Nostra’ pilotarne le azioni. In attesa della seconda parte della requisitoria.
I passaggi del discorso del pg Antonino Gatto sono ripresi dall’agenzia ANSA
Crediti fotografici: Giuseppe Nicoloro da Flickr



DELL UTRI AL CARCERE?MAI,IMPOSSIBILE,LA GIUSTIZIA PERDE SUO TEMPO…..ciao