Abbiamo letto su Repubblica, la scorsa settimana, che la RAI ha rifiutato il trailer di Videocracy, un film di Erik Gandini, in uscita il 4 Settembre nei cinema. Si racconta la storia della televisione italiana negli ultimi 30 e dei suoi rapporti con la politica. La lettera della RAI, come è stato fatto notare, è scritta in un burocratese da interpretare, tuttavia, emerge un messaggio chiaro. Il film veicola un inequivocabile messaggio politico contro il Governo, sicchè, in nome del pluralismo, non può essere proiettato, in quanto sarebbe necessario un altro film che faccia da contraddittorio
(http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/rai-videocracy/rai-videocracy/rai-videocracy.html).
Pluralismo e contraddittorio sembrano essere bandiere buone per tutte le stagioni. Al di là della sacrosanta rivendicazione della libertà d’espressione, ad una prima occhiata si avrebbe qualche difficoltà a replicare ulteriormente ad una simile argomentazione. Si arriverebbe ad un muro contro muro per cui, per alcuni, la libertà d’espressione ha determinati limiti legati allo statuto del servizio pubblico, per altri non può essere soggetta a tali restrizioni proprio in virtù di tale statuto.
Da qui riemerge il vetusto quanto falso problema del contraddittorio, utilissimo per disorientare il dibattito. Iniziano così interminabili discussioni sul problema della replica, se il servizio pubblico debba in ogni singolo istante preoccuparsi di ogni opinione contraria (schizofrenicamente), quindi con quali parametri, oppure, più ragionevolmente, se l’importante non sia fornire a chiunque si senta attaccato la possibilità di una replica. Magari una replica sui contenuti, non solo un blaterare che non c’era il contraddittorio.
Ecco fatto, già qui si potrebbe chiudere auspicando una concezione “diversa” del contraddittorio e invocando la libertà d’espressione. E invece no, perché, purtroppo. anche avendo detto cose più o meno condivisibili, siamo ancora fuori bersaglio. Ciò accade perché, nonostante si possa essere profondamente convinti dell’assurdità della vicenda, sfugge spesso un particolare che è ormai un leitmotiv ampiamente collaudato.
Il messaggio della RAI, come moltissime altre dichiarazioni da ormai più di 15 anni a questa parte, nasconde una saldatura concettuale tra Stato e Governo, che permette di coinvolgere in argomentazioni sofistiche principi importanti come il pluralismo. E’ lo stesso fenomeno ampiamente denunciato da Indro Montanelli sulla Voce, all’indomani del 7 giugno 1994, quando Berlusconi dichiarò:
“È certamente anomalo che in uno Stato democratico esista un servizio pubblico televisivo contro la maggioranza che ha espresso il governo del Paese. La Rai è faziosa, contro il governo che la gente ha voluto”
(link)
Montanelli fece subito notare che l’affermazione mostrava
“una allarmante confusione concettuale fra Stato e governo… Alla ‘gente’ la prospettiva di sei reti televisive… che, accantonati dibattiti e risse, intonino l’osanna al nuovo regime e al suo ‘timoniere’, probabilmente piace. Lo dimostra l’indifferenza con cui il cosiddetto uomo della strada ha accolto le dichiarazioni del timoniere…”
(http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2302686.html)
In uno Stato democratico non è per nulla anomalo che il servizio pubblico sia contro il Governo, in quanto è interesse pubblico che l’informazione statale vigili sull’operato del Governo e sia indipendente da esso. Le parole hanno un peso. La frase non pone una questione occasionale, bensì universale; è un’anomalia, quindi qualcosa di intrinsecamente sbagliato, che il servizio pubblico sia contro il Governo. Se si rilegge tutta l’intervista, non si fa il minimo riferimento ai contenuti di questa presunta contrarietà “ideologica”. Lungi, insomma, dal chiedersi perché il servizio pubblico ha o abbia avuto motivo di essere contro il Governo.
Ad ogni modo, anche se quest’ultimo è espressione della maggioranza, a maggior ragione sussiste la responsabilità da parte degli organi di informazione di essere quanto più critici per garantire il rispetto del mandato di un gran numero di elettori.
L’indifferenza generale, sottolineata da Montanelli, su questa latente identificazione tra Stato e Governo, costituì la fortuna di questo piccolo grande sofisma, che resta cavilloso e complicato da spiegare al grande pubblico, specie di fronte alla roboante retorica, ed è stato sfruttato in tutto il suo potenziale doloso e demagogico.
Innumerevoli volte, basti pensare alla telefonata di Berlusconi in diretta ad Annozero, o alle repliche di Schifani a Travaglio, è stata riproposta la filastrocca dell’indegno uso del servizio pubblico, dell’assenza del contraddittorio, dell’attentato antidemocratico contro la maggioranza del Paese.
Ma, come si è visto, la maggioranza del Paese (che poi non è assoluta) non è “IL” Paese o “LO” Stato.
Tornando a Videocracy, la soluzione si rende adesso molto semplice.
In una televisione di Stato, di uno Stato democratico, può essere mandato in onda un film contro il Governo, perché il Governo esprime la maggioranza dei cittadini ma non è equivalente né alla totalità dei cittadini ne al complesso di istituzioni che rappresentano lo Stato. Per salvaguardare tali Istituzioni, il servizio pubblico deve anzi garantire la possibilità di critica nei confronti del Governo.
Sul contraddittorio si sfiora anche il ridicolo. Possiamo mai pensare che ogni affermazione, ogni comunicato, ogni dato statistico, ogni programma televisivo, abbia una sua controparte? Persino un film? E’ come se per mandare in onda una puntata della Prova del Cuoco con una versione della ricetta per la pasta alla carbonara, ci si debba preoccupare preventivamente di organizzare una trasmissione o un servizio su altre eventuali versioni della ricetta. Non ogni dichiarazione avviene nel salotto di Bruno Vespa, dove si può calcolare tutto con il bilancino. Altro è organizzare un dibattito televisivo equilibrato, altro è garantire il pluralismo. Esso deve fondarsi sulla possibilità, a posteriori, di una replica di misura uguale ad un’eventuale falsità o calunnia e attraverso l’assunzione di responsabilità di ciò che ognuno afferma di fronte ai media.
Manca forse al Governo di Silvio Berlusconi la possibilità di replicare sui contenuti di un film?
Questo è solo un piccolo esempio di come la situazione italiana renda impossibile un vero dibattito sui contenuti dell’azione politica, dirottando continuamente l’attenzione su questione che in realtà sono molto semplici da risolvere.
Siamo costretti a discutere di fondamenti di democrazia, di informazione, del Vaticano che improvvisamente non può più giudicare, invece di occuparci di modelli di Welfare, di sicurezza sul lavoro, di gestione dei fondi pubblici, di soluzioni per la crisi, del sistema finanziario italiano, di un sistema giudiziario bloccato e di tantissimi altri problemi, molti dei quali interessano il dibattito politico internazionale.
Ma di fronte ad una censura in atto, tornare sui fondamenti è necessario, perché vengono continuamente distorti concetti come pluralismo, libertà e democrazia. La visione berlusconiana, infatti, ormai adottata anche dalla RAI, persegue la strada della dittatura della maggioranza, ed è quella di uno Stato plebiscitario, travestito da Stato democratico. Ed è in questo travestirsi che risiede la distorsione dei concetti, ossia il danno più grave di questa concezione, in grado di contorcere e confondere la cultura politica e l’opinione pubblica per generazioni.


