Sono 340 mila le imprese chiuse nei primi 9 mesi del 2008 in Italia. È quanto emerge da una ricerca della Cgia di Mestre, sviluppata nelle Camere di Commercio italiane; e nel 2009, le cose non sembrano andar meglio. Le fabbriche continuano a chiudere senza sosta e i senza lavoro si contano a centinaia. A pagarne maggiormente le conseguenze sono le regioni del Sud e, in particolare, il settore delle piccole e medie imprese.
In questi mesi, i prezzi delle materie prime sono aumentati vertiginosamente: la soda caustica e l’acido solforico, per citarne due tra le tante, hanno incrementato il loro prezzo del 600%; senza parlare poi dei picchi raggiunti dal petrolio (come non ricordare i 147 dollari a barile toccati nel 2008?).
La crisi economica mondiale, che ormai dilaga da più di un anno e mezzo, sembra inarrestabile. In molti appaiono pessimisti su una prossima fuoriuscita dal tunnel, ma non mancano, tuttavia, i pareri confortanti. È il caso del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il quale ha più volte affermato come gli effetti della crisi stiano via via scemando, anche se a un ritmo molto lento; o ancora del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “L’Ocse dice che l’Italia è prima in Europa per segni di ripresa”.
Già, l’Italia. Ma come ha retto il nostro sistema di fronte alla forte recessione globale?
Non bene. Lo si denota analizzando la questione delle indennità di disoccupazione, meglio note come “ammortizzatori sociali”.
In Italia, negli ultimi anni, si è avuto un forte aumento della flessibilità del lavoro che ha interessato, in particolar modo, i giovani. Essi si trovano, oggi, ad entrare nel mercato con molte meno tutele e garanzie rispetto a chi, magari, è entrato nei decenni scorsi. Ciò ha fatto sì che si creassero due categorie di lavoratori: i tutelati dalle varie norme e regolamenti (i lavoratori più anziani) e i meno, o per nulla, tutelati (i giovani).
Il principale effetto che scaturisce dalla flessibilità lavorativa è il continuo cambio del posto di lavoro (a dire il vero, questo si verificava già prima dell’avvento della crisi).
Una domanda sorge spontanea: come fa a mantenersi un lavoratore nel periodo in cui passa da un posto di lavoro a un altro? O meglio: nel momento in cui viene licenziato e va alla ricerca, insperata, di un altro posto di lavoro?
Il problema è rilevante. Visto che spesso il periodo di disoccupazione può durare vari mesi, o addirittura anni, nel caso dei lavoratori che hanno già oltrepassato gli “anta” e per i quali è più difficile trovare una nuova occupazione.
Lo Stato italiano non ha un sistema di ammortizzatori sociali universale, applicabile a tutti i lavoratori. I flessibili di cui sopra, e tutti coloro che hanno dei contratti di natura temporanea , vale a dire gran parte dei giovani, non godono di alcun ammortizzatore.
Negli stati del Nord Europa, invece, la situazione è parecchio diversa. In Danimarca, ad esempio, si è cercato di creare un sistema cosiddetto di “Flexicurity”, termine inglese dove si fondono flessibilità e sicurezza. Questo sistema è in grado di fornire un reddito ai lavoratori di ogni tipo e senza distinzione alcuna, nei momenti in cui essi si trovano senza lavoro.
Qualcuno obietterà: ma in Italia esiste già la Cassa Integrazione. Verissimo, ma essa non viene data a tutti. La cassa integrazione interessa solo alcuni settori specifici (alcuni comparti dell’industria e del terziario). Quindi non è universale. Negli ultimi periodi, visto l’enorme numero di imprese che hanno chiuso i battenti, si è fatto un massiccio ricorso all’integrazione di stipendio. E nei prossimi mesi, la situazione non migliorerà, tanto che il ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi, ha affermato che ci aspetta un autunno “caldo”.
Secondo indiscrezioni trapelanti dal Consiglio dei Ministri, sembra che i soldi per gli indennizzi siano in esaurimento. Questa possibile tesi è messa in dubbio da Sandro Trento, direttore scientifico del centro studi Folder (Forum Liberal Democratico per l’Economia e le Riforme promosso dall’Italia dei Valori). Lo studioso sostiene che il denaro versato dalle imprese per la cassa integrazione è maggiore del denaro erogato ai lavoratori nei momenti di disoccupazione e che la cassa integrazione abbia un bilancio attivo pari a 10 miliardi di euro. Questa tesi va in contrasto con le politiche finora adottate dalle nostra Istituzioni, volte a razionare, in maniera minuziosa, gli aiuti economici.
È vero che il debito pubblico dell’Italia ha raggiunto i massimi livelli storici (quasi duemila miliardi di euro); è vero che le calamità dell’Aquila e di Messina hanno portato a delle continue spese da parte dello Stato; ed è vero anche che di recente il “The Economist”, il più antico e prestigioso quotidiano londinese, ha scritto che i distretti industriali italiani “non hanno resistito alla recessione come si sperava”; ma se il bilancio della cassa integrazione è attivo per 10 miliardi, come sostiene Trento, l’Italia potrebbe muoversi verso quella politica di Flexicurity molto adottata nel Nord Europa, aiutando quelle migliaia di famiglie che, dall’oggi al domani, si ritrovano senza stipendio a causa dei licenziamenti subiti dalle varie aziende.
Si ringrazia l’autore della foto: Link



Magari! Ma la Flexisecurity purtroppo funziona bene quando la percentuale di disoccupati è bassa, altrimenti le spese a carico dello Stato salgono vertiginosamente.