La prima parte QUI.
Altro fattore cruciale è l’inerzia, la non azione entro dinamiche di massa. Bocchiaro propone altri esperimenti e l’analisi del ‘delitto genovese’ (Kitty Genovese venne aggredita nel ’64 rientrando dal lavoro, finendo stuprata e ferita mortalmente. Le indagini rintracciarono ben trentotto persone che avrebbero potuto – capendo la situazione – intervenire in qualche modo, ma nessuno lo ha fatto. Su wikipedia). Le teorie esposte nel saggio tendono a sottolineare quanto le certezze possono essere labili e inverse, nella realtà. Proprio quando più persone entrano a conoscenza di un dramma, una condizione di emergenza, meno saranno i potenziali soccorritori. Più si è, di fatto, e più le responsabilità verranno mitigate e ripartire. Il pensiero ‘tanto lo farà qualcun’altro’ pare diventare alibi, propensione all’inerzia. Bocchiaro esplicita concetti impopolari come ‘diffusione della responsabilità’, ‘ignoranza collettiva’ e ‘credenza in un mondo giusto’. Ma lo fa argomentando. Assumendosele, responsabilità intellettuali.
Non c’è da estirpare un male interno agli astanti né da interrogarsi sui tratti che li accomunano; piuttosto, bisogna ridare dignità a quanto fa da cornice all’ (in)azione, esaminando di fattori che, documentati da ricerca, ne stanno alla base. Questo non vuol dire esautorare l’essere umano, ma, piuttosto, riorganizzare le variabili in campo così che le forze situazionali riacquistino peso.
(pag.66)
Sempre delle folle, e delle forze che innescano, si occupa poi nel capitolo successivo. Recuperando un episodio che risala al 1985, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool che si concluse con trentanove morti. De-individuazione viene definito questo stato. Quando, spiega Zimbardo, “il gruppo, creando una condizione di anonimato, allenta il senso di responsabilità personale e i divieti morali di ciascuno” (pag. 69). E’ indiscutibile che la rabbia, la ferocia, non si innescano dal nulla, sono già parte dell’essere umano. Eppure:
In ognuno di noi esiste una pulsione distruttiva – la destrudo freudiana – che ci fa provare una strana attrazione nei confronti del male. Questo potenziale negativo viene normalmente inibito dai divieti morali interiorizzati durante il percorso di socializzazione; dei residui si occupa poi il sistema sociale, facendo sì che vengano dissipati nei tempi e nei momenti ritenuti accettabili.
(pag.77)
Il sistema inibitorio però, può non funzionare a dovere. Subire influenze o deviazioni esterne.
Altro scenario, altra situazione borderline che abbraccia il male.
Nell’aprile 2004 i mass media si occuparono ossessivamente di ciò che pareva accaduto nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Il rapporto, stilato successivamente, e riferendosi agli ultimi mesi del 2003, ha descritto prigionieri sodomizzati, percossi con ogni oggetto a disposizione, umiliazioni sessuali di ogni genere (alcune informazioni su wikipedia). Ma anche un esperimento, svoltosi presso un carcere di Stanford nel 1971 e monitorato (tra gli altri) da Zimbaldo. Un esperimento dai contorni morbosi, disperati. Probabilmente riprodotto anche in pellicole cinematografiche ( il senso dell’esperimento, non la rivisitazione fedele di ciò che accadde nel’71). Deindividuazione. Deumanizzazione. Conformismo. Insidie di un ruolo. E’ attraverso l’analisi di questi agenti destabilizzanti, distruttivi, che Bocchiaro approfondisce questi contesti estremi, ne propone in parte i retroscena, gli agenti scatenanti, aggravanti. Fino a svelare come possa diventare naturale, quasi obbligatorio, il diventare prigionieri di un ruolo da carcerieri che si era all’inizio.
Quelle di Bocchiaro, sono evidentemente teorie che possono apparire ‘di comodo’. In un certo senso è come potersi tenere una sorta di ‘cartellino rosso’ in tasca, da esibire all’occorrenza, per evitare espulsioni sociali. Ero io ma in quel momento quel dato fattore (o più d’uno) mi hanno spinto verso, mi hanno reso più vulnerabile, fragile, incapace di reagire alla situazione se non entro il male.
Le conclusioni dell’autore stesso, tendono a ricongiungere i concetti originali: bene-giusto, male-sbagliato. C’è comunque la necessità di riconoscere nelle azioni umane una matrice positiva o negativa, poli opposti in coincidenti – forse - che pur mescolandosi non generano mai un amalgama compatta, uniforme.
Le persone che diventano perpetratori di cattive azioni sono direttamente comparabili a quelle che diventano perpetratori di azioni eroiche, in quanto sono soltanto persone comuni, nella media. La banalità del male ha molto in comune con la banalità dell’eroismo. Né l’attributo è la diretta conseguenza di tendenze disposizionali uniche; non esistono speciali attributi interiori né della patologia né della bontà che risiedono nella psiche umana o nel genoma umano. Entrambe le condizioni emergono in particolari condizioni, in particolari circostanze, quando le forze situazionali svolgono un ruolo determinante nell’indurre singoli individui a varcare la frontiera decisionale fra inerzia e azione (citazione da ‘The lucifer effect’ di P.Zimbardo, Random House, New York 2007).
(pag.126)
Prossimamente il seguito dell’analisi-riflessione.
Immagine di Alessio85 che si ringrazia.

