Intercettazioni silenziose


3320065200_2d6f3a586d

Ricordate il famoso ddl Alfano (che nulla ha a che vedere con quello che lodo non era, ma venne ribattezzato “Lodo Alfano”) sulle intercettazioni telefoniche e pubblicità degli atti processuali, su cui si consumò il dibattito politico pre-vacanze? Ecco, di fatto, con questo provvedimento, le intercettazioni telefoniche potranno essere predisposte solamente quando si avranno “evidenti indizi di colpevolezza e non più “gravi indizi di reato”, differenza sostanziale e non di poco conto, anche perchè, quando si arriva a “gravi indizi di colpevolezza”, si ha già un colpevole sicuro al 90% e le intercettazioni si rendono pressochè superflue. Il disegno di legge esclude indagini su reati di mafia e terrorismo, con una miopia spaventosa, dal momento che gran parte dei reati di mafia partono da eventi collaterali come estorsioni e riciclaggi, i quali rientrano a pieno titolo nelle limitazioni imposte dal ddl Alfano.

Insomma, in qualche modo, queste intercettazioni vanno fermate, bloccate. Ai politici non piacciono proprio, anche se danno sempre un grosso contributo alle indagini. Però vi è il rischio che i giornalisti le pubblichino, perchè allegate alle sentenze, che sono atti pubblici, e così non va bene: i cittadini non devono essere informati di quello che fanno i potenti. I potenti vanno lasciati liberi di agire. Nella legalità o nell’illegalità poco importa, basta che poi il cittadino stesso ne segua i dettami.

Antonio Ingroia, sostituto procuratore di Palermo, il quale porta avanti molte delle indagini svolte anche da Paolo Borsellino, ebbe a dire qualche mese fa:”Il giorno dopo l’approvazione definitiva il magistrato resta disarmato nei confrotni della criminalità, in particolar modo quella occulta, la cosiddetta criminalità dei potenti: vi sono eccessi nei confronti dei “crimini dei poveracci” e debolezza contro le roccaforti della criminalità organizzata.

Allora visto che sul dibattito si scatenò il dibattito che coinvolse magistratura e giornalismo, l’approvazione della legge al Senato, dopo la fiducia alla Camera, slittò per l’autunno: in queste settimane dovrebbe riprendere l’analisi del provvedimento. Eppure il governo ha già trovato il modo di mettere il silenziatore alle intercettazioni anche senza legge. Come? Semplicemente non pagando le aziende che forniscono il servizio: 450milioni dal 2003, questa è la cifra che il governo deve a queste 120 aziende, che nel frattempo hanno licenziato 200 dipendenti su 2.500 impiegati, alla faccia del posto fisso.

Sia il governo Prodi che quelli Berlusconi se ne sono infischiati, paralizzando alcune delle attività di magistratura e polizia. Altro che tentare di velocizzare i processi. I politici tentando di mettersi al ripare da orecchie indiscrete, le quali intervengono, secondo la normativa vigente, quando vengono riscontrati “gravi indizi di reato” e non a random, come vogliono far credere molti di loro, e le mafie ringraziano, anche sentitamente. Le nuove norme costringeranno la magistratura ad un salto nel passato, quando le intercettazioni ancora non esistevano, quando a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 i processi di mafia finivano con il 70-80% di assoluzioni per insufficenza di prove.

Ebbene, su quei 450 milioni di crediti vantati dalle aziende, che installano, assicurano supporto tecnico e le riparazioni delle apparecchiature, non c’è nessuna risposta dal Ministero della Giustizia, nè da quello dell’Economia. Inoltre fino al 2006 erano le Poste ad anticipare i fondi, col successivo decreto Bersani ed i tagli alle voci di bilancio dei ministeri, l’ente erogatore cambia e queste aziende rimangono senza fondi.

Di questo fatto nemmeno l’opposizione ne parla, proprio perchè in tutti questi anni si è resa complice di questo accumulo di debito e protagonista delle continue collusioni con la criminalità organizzata.

Il silenzio delle intercettazioni si fa sempre più concreto, ed ora, non hanno nemmeno più bisogno di una legge ad hoc per metterle a tacere. Ecco trovata la soluzione: basta non pagare e far credere al popolino di essere tutti intercettati e che la spesa per le intercettazioni telefoniche incida in modo imponente sulle tasche del cittadino. Quanto si paga a testa per le intercettazioni all’anno? Tenuto conto delle stime ufficiali del Ministero della Giustizia che attesta tali spese a 226milioni di euro annui, ne consegue che facendo una stima su circa 40milioni di contribuenti, le intercettazioni telefoniche costano ai cittadini poco più di 5 euro e 50 centesimi l’anno. Eppure si parla di tagli dei costi e si perseguono azioni come quelle di non saldare i debiti con le aziende che forniscono i servizi. Allora dov’è la sicurezza? Di certo non si aumenta mandando in strada sempre più militari, proseguendo nella miopia sulla mafia e dei reati ad essa collegati.

Photo Credit: http://www.flickr.com/photos/42506206@N00/3320065200/

Articoli che potrebbero interessarti

Gioacchino Genchi scagionato da ogni colpa di reato.
Si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all'epoca delle indagini su Di Pietro... Presente nell'articolo la sentenza che scagiona Genchi da ogni colpa di reato.
Cina: Paese forte, popolo povero
Sembra che la Cina abbia realizzato il suo sogno di diventare un Paese forte. Tuttavia i netizen sono piuttosto scettici al riguardo, data l'ineguale spartizione della ricchezza.
Articolo 15 Costituzione, per chi se lo ricorda solo a metà
Mi capita di ascoltare in giro pseudo-garantisti o sedicenti liberali. Quelli della dottrina "del così fan tutti", quindi tutto è legittimo. Ecco, in particolare sul ddl intercettazioni vi è questa categoria che tira in ballo un articolo della Costituzione: il 15. Ecco, anche questa mattina Piero Ostellino nel suo editoriale sul CorSera dal titolo "Le libertà sono scomode", scomoda (scusate il gioco di parole) l'articolo 15 della Carta.
I 7 anni pilateschi a Dell'Utri, ma dietro l'angolo c'è il processo Hiram
Si è voluto, ancora una volta, lavarsi le mani davanti alla stagione politica di Cosa Nostra. Eppure in questi giorni inizierà a Palermo il processo Hiram di cui pochissimo i giornali hanno scritto e commentato.
G8 Genova, in appello condanna per De Gennaro
La decisione della Corte d'Appello rivede il giudizio di primo grado e condanna sia l'attuale capo del DIS, De Gennaro, sia l'ex capo della Digos, oggi vice questore vicario, Mortola. Per il primo la condanna è di un 1 e 4 mesi di reclusione, per il secondo di 1 anno e 2 mesi.
Milano racconta la 'ndrangheta: il verdetto del processo Cerberus
Arrivano l'11 giugno le condanne per gli affari del clan Barbaro-Papalia nel settore del movimento terra. Pene fino a 9 anni di reclusione per cinque imputati accusati di associazione mafiosa.

Leave a Reply