Era il pomeriggio del 3 febbraio scorso, quando Gino Tommasino, consigliere comunale di Castellammare di Stabia viene crivellato di colpi all’interno della sua auto in viale Europa a Castellammare. Inizialmente si pensò ad una vittima innocente di mafia, più precisamente di camorra, col proseguire delle indagini e l’arresto del commando, avvenuto l’11 ottobre, il movente dell’omicidio viene però a galla: Tommasino doveva al clan D’Alessandro 30mila euro, soldi che il consigliere avrebbe trattenuto durante l’attività di “intermediazione di riscossione di denaro per il clan”.
I componenti del commando sono quattro, tutti appartenenti al clan D’Alessandro, nomi noti per chi si occupa di camorra a Castellammare: Salvatore Belvisi, Renato Cavaliere, Raffaele Polito e Catello Romano. Non è tutto: due dei quattro risultano essere iscritti al Partito Democratico di Castellammare da un anno, sono Belvisio, 26 anni, e Romano, 19, all’epoca dell’iscrizione al partito appena maggiorenne.
Secondo Metropolis Web, quotidiano on-line del territorio, non sono le uniche infiltrazioni in lista, perchè tra i 2.943 tesserati di Castellammare, compaiono anche altri nomi importanti che ricordano le numerose vicende giudiziarie della città, nonostante il partito avesse istituito una apposita commissione ‘ad hoc’ per evitare pericolose infiltrazioni. La commissione funzionava nel seguente modo: nel momento in cui i componenti della commissione avessero notato nominativi sospetti, avrebbero dovuto segnalarlo alla federazione provinciale del partito, dalla quale sarebbe arrivato lo stop all’iscrizione come prevede il codice etico del PD.
Risultato della commissione: zero casi sospetti. Se può essere sollevata un obiezione su Romano, che risultava all’epoca dell’iscrizione ancora incensurato, lo stesso non si poteva dire di di Belviso e per altre decine di iscritti.
A fronte di tali dati, non possiamo poi dimenticare tutte le infiltrazioni che personaggi più o meno noti della malavita organizzata facciano parte dei movimenti locali e regionali dei partiti, dal PDL (vedere il caso Fitto a livello regionale prima e nazionale poi, fino a Dell’Utri) al PD, passando per i faccendieri di UDC e IDV, come portato alla luce qualche settimana fa da un’inchiesta di Micromega.
Oggi più che mai è sempre più confermata quella filosofia, cara anche a Paolo Borsellino, secondo cui non bastano le sentenze di un tribunale e la presunzione d’innocenza per reputare pulito un uomo politico, ma occorre anche certezza della pulizia e dell’onestà morale. Questa è una lezione che i partiti dovrebbero appendere ai muri delle loro sezioni nazionali, regionali, provinciali e cittadine, cercando di tenere sotto controllo i movimenti dei tesseramenti.


