Non c’è nulla in questo libro che indichi chiaramente che si tratti di materiale autobiografico. Nulla di diretto, inequivocabile almeno.
‘Questo è il suo primo romanzo’ appare nella brevissima biografia dell’autrice.
Eppure le scelte linguistiche, il narrare taluni dettagli, schegge contenenti riferimenti, percezioni che attraverso le parole acquistano spessori carnali; tutto questo pare trainare il lettore verso una tacita comprensione: la voce che narra ha vissuto ciò di cui narra. La voce narra di sé, per sé, fino a un ‘oltre’ sé. Comprensione assolutamente arbitraria, evidentemente.
Questa voce, comunque, si tende a recuperare la madre che è, (attra)verso il recupero della propria madre mai realmente conosciuta, capita, affrontata ma persa prima di qualsiasi tentativo maturo, consapevole. Senza trasfigurazioni, abbellimenti, costruzioni forzate da aspettative poi disilluse. Senza cedere alle lusinghe delle buone apparenze ( ” Perché devo essere buona e nutrire buoni sentimenti? Spacciarmi per ciò che non sono ? Perché devo scrivere di buone intenzioni?”) Non è un recupero di forma, di comodo. E’ un ritrovare carne, memorie, buchi, moti dell’animo, reazioni ad azioni dure, controverse, dolorosissime. Arrivando a dilagare in lucide analisi che ripercorrono scorci di memorie, carenze sensoriali, lontananze di corpi e intenti, quesiti irrisolti, rimasti sospesi finché ancora potevano essere chiariti poi concretizzati in domande destinate a non ricevere risposte, lasciate in stand-by permanente.
L’espressione di tanti umori, materiali pulsanti, dolorosi, scheggiati, che vomitano dis-affezioni, incomprensioni, fatiche; queste espressioni trovano nella scrittura un’esternazione capace di ricollegarne fili, nodi, deformazioni, confusioni. La scrittura rende fluidi i pensieri, li dis-ingarbuglia restituendo immagini, scene, dialoghi mozzati, silenzi, partenze e ritorni. Ma la scrittura è anche nuovo legame, memoria incancellabile, bisogno di continuare a nominare, insistendo a non mollare prese labili eppure forti, incastrate tra nervi e pulsazioni.
Quando non ti si nomina più sei morto davvero. Scrivendoti qui mantengo vivo il tuo ricordo, mamma, non te, che chissà in quale dimensione sei, ormai, ma il ricordo dell’ultima tua vita, nella veste in cui ci è dato ricordarti.
(pag. 92)
Non c’è traccia precisa, in questa trama, non c’è un prima e un dopo, non nell’usuale intenzione di cronologia delle storie. C’è un prima e un dopo la morte di una madre che è ‘ultimi occhi’, che ha un corpo ricostruito da una minuziosa autopsia della figlia, autopsia impietosa, crudelmente carnale, terribile.
La narrazione svela gradualmente il ritratto di una donna-madre assente, impegnata e devota a un lavoro che le ha strappato ossa e tempi, testarda, anaffettiva, distante anche nel poco tempo trascorso in famiglia, pratica, bisognosa di fare continuamente ma anche facilmente stanca, distrutta dall’iperattività e l’incapacità di godere di spazi e tempi lenti, di godere in generale di piccole e grandi cose. Bisognosa di rendersi ‘necessaria’ sul lavoro e in casa.
Ma si svela anche con la stessa pazienza, minuziosa attenzione e precisione, il ritratto di una voce-figlia (anche donna-madre) confusa, a caccia di contatti impossibili, imbronciata, caotica, triste, silenziosa, alla ricerca di equilibri sconosciuti entro silenzi stantii, immobilità, black out che dal corpo raggiungono l’intimo dell’essere. E da lì, da quel bagaglio ingombrante di sbagli, incomunicabilità, pensieri taciuti, questa figlia (già madre) riparte riconoscendosi anche talune dinamiche comportamentali, relazionali e reattive assorbite e odiate dalla propria madre.
Una mamma sa di latte e di sapone. Il tuo profumo è cambiato presto. Insopportabile. Inavvicinabile. [...] Amaro. Buio. Non veniva dalla bocca, dal naso, dalla pelle. Dal sangue, veniva, marcito chissà dove, nelle vene, nel cuore, nel cevello. Un puzzo vergognoso. [...] Il corpo del malato è sempre un pò lontano, estraneo. [...] E’ un corpo che traspirava vapore secco, non acqua. Tutta ti eri asciugata. Seccati i piedi con quei talloni grinzosi e gialli e le dita dalle unghie così dure, impossibili da tagliare. I tuoi piedi che sempre hanno puzzato.
(pag. 13)
Il corpo restituito dalla scrittura di Patrizia Patelli è essenza, carenza, presenza nella mancanza. Il corpo può tornare più forte, tangibile, odoroso e caldo di quand’era materia.
Il corpo è espressione, mappatura costante e indelebile e così il suo stesso uso. Carezze, baci, abbracci, tocchi o – soprattutto – le assenze di.
I corpi narrati da Patrizia Patelli sono crudeli, esprimono mancanze, si ammalano per manifestare inceppature interiori, eccessi, perdite, bisogni soffocati, invocazioni di aiuto. I corpi esprimono l’inesprimibile, ciò che le parole faticano a palesare, i corpi essendo ciò che sono, attraversa la voce di chi narra, espongono miserie e forze.
Sembra facile dire un corpo, sembra facile pensare un corpo. Siamo persone e siamo corpi di persone. La intuiamo dal corpo la presenza di una persona, una persona è un corpo, diversamente non possiamo parlare di una persona. Quella persona lì è quel corpo lì. La vita, stranamente, la vita immediata, intensa, più vera del vero, più viva del vivo, più tangibile del senso più tangibile, non ha bisogno del corpo, è impedita dal corpo.
(pag.97)
La destabilizzazione è difficile da evitare, leggendo.
Perché la pressante percezione ‘a pelle’ di finire dentro qualcosa definito ‘romanzo’ ma che ha poco di fantasioso e molto di reale, reale nelle carni pulsanti, nei ricordi, nei fatti, nei ‘sentire’, nei moti dell’animo; questa percezione rimanda ad altri recuperi, intimi, privati, fors’anche segreti per il lettore stesso e le sue memorie. Gli snodi, le riflessioni che dal romanzo prendono a insistere paiono inquadrare un nodo preciso: per certi legami, affezioni contraddittorie, faticose, ansimanti, la comunicazione e le comprensioni sono destinate a restare impossibili fino al sopraggiungere di una separazione carnale, la morte appunto.
Non c’è niente che io guardi che non vedano anche gli occhi tuoi. Mai mi sei stata vicina come adesso che sei morta.
(pag.30)
Anche lo stordimento è probabile bagaglio che il lettore si ritrova tra le mani senza ricordarne il momento esatto della presa.
Perché i corpi malati sono di tutti. Prima o poi si presentano per restare. E resistono sapori, odori, percezioni in uno stato di sospensione da congelamento. Apnea.
Infine, a lettura conclusa, credo sia inevitabile arrivare al rafforzamento del convincimento che i legami con chi ci ha cresciuto sono i più duri, devastanti, graffianti, intensi, formativi (anche – più probabilmente soprattutto – nella declinazione negativa) di ogni altro. Almeno finché sopraggiunge lo stesso legame (genitore-figlio) invertendone il senso di marcia (il figlio diventa genitore di nuovi figli). Allora – forse – capovolgendo il mondo, tentando di afferrare ciò che sfuggiva e viceversa, è possibile per alcuni spezzare catene, vedere nel buio, ingoiare bocconi enormi e indigesti e ricollocare ciò che si è con ciò che gli altri (i figli) vedono, sentono, ricordano (dei genitori in quanto tali, e non per i figli che sono stati).
La comunicazione passa attraverso il corpo, se ne nutre, la rafforza o la indebolisce, fino a distruggerla, disgregarla, renderla caos. Basta poco. Non farsi mai odorare, ad esempio, che equivale a negare tocchi e contatti diretti, prolungati come abbracci e carezze. Come lo stare vicini, sfiorarsi anche per caso.
I corpi narrati da Patrizia Patelli sono spogliati dalle parole stesse che li narrano, non trattengono nulla perché gli occhi, le mani, la voce che resoconta, ripercorre, riflette senza filtrare, espone. Sono corpi che non si celano nemmeno dietro a trucchi, parrucchi e abiti.
Fin dalla nascita lei mi aveva preparato a quest’evento, facendo del suo corpo un corpo a me estraneo e facendo del mio qualcosa che apparteneva soltanto a me. Non ci sapevamo toccare, io e mia madre.
(pag.11)
Altre analisi e recensioni: Francesca Mazzucato, Barbara Garlaschelli.
Lo spazio web di Patrizia Patelli.


