Marlane chi?
E’ una nota azienda di Praia a Mare (CS), nata negli anni ’50 come Lanificio di Maratea R2. La “R” sta per Rivetti il “2″ stava a indicare che quella del piccolo centro calabro faceva capo alla sorella maggiore R1 ubicata a Maratea. L’azienda come già accennato apparteneva al conte Rivetti di Biella venuto al sud in cerca di gloria. Inizialmente la fabbrica si occupava di trasformare la materia prima in prodotto finito. Si producevano divise militari ma, anche tessuti di pregiatissime qualità. Il Lanificio divenne ben presto famoso in tutto il paese. All’epoca non esistevano sistemi di depurazione e, tra gli anziani del posto, tutti ricordano quel rigagnolo maleodorante, più che sospetto, che dopo una breve corsa si riversava in mare. Come anche lo smaltimento dei rifiuti chimici era amministrato illagalmente e spesso il tutto veniva depositato in discariche abusive nei centri limitrofi. L’azienda, dopo una piccola parentesi di gestione IMI, passò nelle mani dell’ENI che cambiò il nome della fabbrica. Il nome scelto per questo piccolo angolo di inferno fu Marlane. Anche in mano all’ente statale, sicurezza dei lavoratori e tutela ambientale erano lasciate al caso e, anzi, la sistuazione passò da male in peggio. L’Eni face della fabbrichetta un unico ambiente, abbatendo le separazioni tra i vari reparti di lavorazione, agevolando lo spargimento dei fumi velenosi in tutto l’ambiente di lavoro. Secondo alcune rivelazioni di operai sfuggiti alla morte sembrava di stare in val padana tanto era fitta la nebbia prodotta dai fumi delle sostanze chimiche.
Le ispezioni e i controlli medici erano “amichevoli” ed espletate come normale routine. Nel 1987 la Marlane passò nella mani del pratese Marzotto che si assicurò tutto il pachetto Lanerosse per “soli” 173 miliardi di lire. Dico solo, perchè all’epoca l’industria tessile era uno dei cuori pulsanti dell’economia italiana. Si sa, come in molti zone d’Italia, nel piccolo paese di Praia a Mare la massima aspirazione giovanile degli anni ’80 era di trovare un lavoro “sicuro” nella Marlane della famiglia ENI prima e Marzotto poi.
I fatti e le inchieste
Le morti accertate a causa delle sostanze tossiche che si trattavano nella fabbrica dei veleni sono tantissime, ma sono solo una minima parte delle morti sospette. Tra i lavoratori vi sono stati oltre 60 decessi per tumori. Nel 2001 le famiglie delle vittime e i lavoratori stessi, ancora in vita, iniziarono a prendere coscienza di quello che stava accadendo e sporsero le prime denunce. Il loro dubbio era che quella serie incredibile di decessi fossero collegati all’utilizzo di sostanze tossiche e cancerogene(ammine aromatiche, coloranti a base di azotabili, amianto dei freni dei telai e cromo) durante il ciclo di lavorazione e alle polveri sottili contenenti residui di colorazione che si diffondevano indisturbate in un ambiete privo di ogni misura di sicurezza (non esisteva nessun tipo d’impianto per la dispersione dei fumi). Le indagini, nonostante la miriade di prove e di testimoni, procedettero e procedono a rilento, addirittura più volte si è rischiata l’archiviazione. Le consulenze tecniche da parte civile, affidate all’Università di Napoli e all’Università della Calabria, non hanno fatto altro che avvalorare la tesi dei familiari delle vittime. Anche la Procura di Paola si è affidata ad alcuni docenti universitari per le medesime consulenze e, anche questi, hanno chiaramente parlato di una una connessione tra le malattie dei lavoratori della Marlane e i veleni della fabbrica stessa. Giungendo così allo stesso risultato della perizia redatta dalle due Università.
Nel 2004 un svolta. Per la prima volta il Giudice del lavoro del Tribunale di Paola riconosceva al lavoratore il diritto al risarcimento dei danni conseguiti alla malattia professionale contratta a causa della sua attività lavorativa alle dipendenze della Marlane, condannando l’azienda al pagamento di 220mila euro, quale risarcimento in favore del lavoratore. Durante il processo il giudice aveva disposto una nuova perizia affidando il mandato all’Università di Roma Tor Vergata e all’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro:
«L’azienda avrebbero accertato i consulenti di parte – nella lavorazione del prodotto tessile ha utilizzato sostane coloranti di tipo cancerogeno; all’interno dello stabilimento non esistevano pareti divisorie tra i vari reparti, e tutte le lavorazioni si svolgevano in un unico ambiente; le sostanze tossiche utilizzate nel ciclo di lavorazione si diffondevano dal reparto tintoria agli altri reparti a causa della mancata separazione delle lavorazioni con barriere divisorie; da parte dell’azienda si era concretizzata l’assoluta inosservanza degli obblighi previsti dalle normative esistenti in materia di tutela della salute dei lavoratori”. (ricerche a cura di Carmelo Fumati, chimico tossicologo forense della cattedra di medicina legale a Roma Tor Vergata e Giuseppe Spagnoli dirigenti di ricerca D.i.l.)
Come già prima accennato ci sono prove sulla sommarietà delle visite mediche che i lavoratori ricevevano e sulle scarse misure di prevenzione e sicurezza nell’ambiente di lavoro. La causa civile vinta dell’operaio Luigi Pacchiano rappresenta l’inizio della scalata verso la giustizia. E’ il precedente su cui la Procura di Paola ha aperto un’inchiesta sulla Marlane per omicidio colposo plurimo e inquinamento ambientale. Oggi la fabbrica è chiusa, il vento della globalizzazione ha spazzato via tutto, gli operai (quelli ancora vivi si intende) sono tutti in mobilità e la vicenda, tranne in qualche eccezionale occasione, non è mai balzata alle cronache nazionali. In televisione si preferisce parlare di gialli, da Cogne a Garlasco, da Erba a Novi Ligure, l’importante è parlare del nulla. Sollevare polveroni non ha mai aiutato a fare carriera.
Solo le Iene, con il loro inviato Alessandro Sortino, si sono interessati alla vicenda e hanno portato alla ribalta nazionale la situazione dei lavoratori della Marlane (qui il video delle Iene). Ci sono state anche due interrogazioni parlamentari, a firma dell’on. Malabarba e dell’on. Niki Vendola ma, come spesso accade in questi casi, cadute nel vuoto. Anche il giornale il Manifesto, nel 2001, con l’inviato Antonio Sciotto (leggi articolo), si è interessato alla vicenda mettendo in mostra tutta la tragicità dell’evento. Una storia come tante, come l’Ilva di Taranto, come la Saras di Sarroch, come ve ne sono a centinaia in Italia, dove il lavoratore è trattato alla stregua di una merce, sacrificato, spesso, all’altare del dio profitto. Sindacati, imprenditori ed enti statali tutti carnefici e complici di omicio di massa. Soltanto lo Slai Cobas ha continuato a lottare e a rimanere vicino ai lavoratori e ai parenti delle vittime, affiancandoli nelle cause civili contro la multinazionale del tessile.
Oggi
La procura di Paola ha reso noto di aver chiuso le indagini ed ha annunciato il rinvio a giudizio per i dirigenti ed i tecnici indagati. I capi d’imputazione sono truffa e omicidio colposo, che i legali protendono a modificarlo in omicidio volontario con dolo eventuale. Sarebbe un grosso successo e il minimo per chi ha deliberatamente e coscientemente costretto i dipendenti a lavorare respirando i fumi tossici della tintura. Il traguardo raggiunto ha dato carica a tutti coloro che in questi anni si sono battuti, resistendo a ricatti e manicce, tenendo testa alla multinazionale del tessile. Purtroppo i decessi continueranno, molte malatti sono di fase di incubazione e come oramai sappiamo, queste sostanze tossiche, vanno ad incidere sui feti, per cui sulle generazioni future.
Lo smantellamento della fabbrica è avvenuta senza grandi proteste e senza nessun tipo di intervento da parte dei sindacati, spesso conniventi dei baroni del tessile, che oggi si ritrovano, addirittura, imprenditori. La famiglia Marzotto ha usufruito per anni di tutti i finanziamenti dello stato per poi chiudere battenti e, tranquillamente, portarsi i macchinari nell’est d’Europa, dove la mano d’opera è a basso costo almeno quanto lo è la vita di un essere umano. Viva la globalizzazione!
Ma è finita?
No, purtroppo non finisce qui. Il pericolo esiste ancora per tutti gli abitanti di Praia a Mare. Difatti, dietro la Marlane ci sono quegli scavi di cui nessuno parla, dove sono stati rinvenuti rifiuti tossici, che certamente si sono sparsi per tutto il territorio circostante distribuendo i loro veleni su donne, bambini, anziani, inquinando fiumi, terreni, falde acquifere e mare. Tutti i cittadini di una delle perle del tirreno cosentino sono a rischio, come lo sono tutti coloro che nei periodi estivi affollano le rinomate spiagge della zone in cerca di relax e divertimento. E’ un disastro senza fine, dove si muore in silenzio, dove la natura è stata devastata dell’ingiuria umana, senza pietà, con il solo scopo di accumulare capitale.
E non ci saranno nè medaglie nè riconoscimenti, quelli spettano solo ai soldati italiani che con mitra e fucile sotto braccio esportano il nostro modello di democrazia. E’ un teatrino senza fine, il futuro non è per niente roseo, ma, arrendersi e smettere di lottare non avrebbe senso. I nostri riconoscimenti sono civili, hanno il sapore di giustizia, le medaglie e gli onori li lasciamo a lor signori.
Scrisse John Milton: ” La mente è un luogo appartato. Può rendere l’inferno un paradiso e il paradiso un inferno“. Devo dire che la mente e le azioni umane sono maggiormente portate a tramutare in peggio qualunque cosa gli passi davanti. E’ triste constatare quanto siamo avveduti e dotati di una allucinante senso pratico nell’autodistruzione…
Link e Fonti:
Slai cobas intervista a Luigi Pacchiano di Francesco Cirillo
Marlane di Prai a Mare: morti dimenticati!
Si scava e si muore nella Marlane di Praia a Mare


