Di Alberto Masala, la poesia, e ‘Alfabeto di strade’


alfabetodistrade

[...]

ainsi

de main en main

nous avons perpétué l’incertitude

fragile où nou vivons
là nous avons découvert
que
la main véritable
est celle qui peût saisir
chaque fois
un nom interdit
pour les caresses
qui donne aux choses
[...]

Estratto da La main, Alberto Masala, 14 novembre 2002  [Alfabeto di strade (e altre vite), Il Magistrale, 2009]Alfabeto di strade (e altre vite) raccoglie una selezione di componimenti di Alberto Masala,  nativo sardo, classe 1950, che attualmente abita a Bologna.

In questo volume si raccolgono due ‘libretti’ (Taliban e Nella casa del boia entrambi con introduzione di Jack Hirschman) e componimenti poetici divisi in quattro sezioni che scandiscono anche cronologicamente le opere scelte: Leggerezza, Ritmo, Il condominio e A tenore.

La poesia in Italia è arte dimenticata, bistrattata, ridicolizzata e perfino totalmente ignorata.
Ma in questo libro ci sono parole “asciugate”, come ha spiegato l’autore in occasione di una presentazione bolognese. “Bisogna sempre distinguere” ha detto Masala “tra le persone e chi occupa un certo spazio in quel momento. Le persone hanno anche delle miserie, tutti lo siamo e ce le portiamo in giro ogni giorno. Quando occupo un certo spazio, però, sto trasvivendo, in quel momento indosso voci, dico altro da me con la poesia”.

“Vivere di poesia” è per Masala esigenza di essere, entro maglie strette di una società (quella italiana in primis) che si nutre esclusivamente o quasi d’arte ‘ufficiale’, pratica, veloce tra dinamiche commerciali e patinate.
Ma fare poesia non è un gioco, non si scherza. Basta ascoltare una lettura, dalla voce dello stesso autore che cadenza ritmi, intensità.

“Il poeta deve attrarre, mantenere l’attenzione e trasportare sensi” insiste Masala. Nessuna ricetta infallibile o preconfezionata, eppure un modo, un sentire, un approccio che dalla vita vissuta allunga lingue intense, dolorose, (pre)potenti. Non esiste strucco stilistico, geometria di forma. I sensi, i pesi delle parole, i respiri, le cadenze. Tutto ruota attorno all’urgenza, l’onestà nuda delle cose che nelle parole sfuggono alla morte.

C’è poi una preziosa “amministrazione del respiro” tra le opere di Masala dove il ritmo dominato dagli ‘a capo’ è scelta sapiente, ponderata, che amplia la forza della lingua.

In questo libro che riunisce componimenti di anni e argomenti diversi, tra dediche, eventi di cronaca, affezioni, memorie, recupero di connessioni con altri sentire vicini (come Pasolini); in questo volume ebbro di frammenti, Masala ‘trasporta’, non media mai. Le parole sono tutte in fila, parlano, urlano, strappano carne, diramano percezioni diverse.

La lingua di Masala è anche miscelazione di più lingue che dall’italiano espandono, legano tra territori e non confini.

[…]

e tutto aveva ombra

ma non caddi

et j’aimais le soleil

chaque jour j’adorais

l’image-apparition della menzogna

del giorno che ancora spinge al mondo

creature come mosche

e idee feroci come cani

creando morti da nascondere

tu dois danser

sur les tombes des sans-nom

sur les corps de ceux sans sépolture

ouvre ton corps

pour absorber les liquides qui se dégagent

….

[Estratto di ‘ad Artaud’, Tolosa 18 Maggio 1997]

Come per ogni scrittura, ci sono punti che toccano maggiormente il lettore, ‘linee d’ombra’ che aggrediscono, altre che colmano, irradiano.
“Vedo Patrizia in ogni parola” ha detto Masala dopo aver letto ‘canto per patrizia vicinelli (fossa n.2394- cimitero di Borgo Panigale)’. Il canto è stato scritto l’11 ottobre 1991, a qualche mese di distanza dalla morte della poetessa. Scrive Masala in calce al canto: “Scrivevo stando davanti ad una finestra aperta. Sul balcone di fronte vedevo dei fiori (mazzo di fiori compiacenti) e si annunciava rapidamente un temporale d’autunno.

[…]

PERCHE’ NOI CI SIAMO ADESSO NON QUANDO

piangendo       e come piangere

non possiamo dimenticare i compagni

quelli               che se ne sono andati

fratelli traditi dal pianto in gola

e allora la mia (generazione) era

verginità     violata         giovane         ingravidata

ha partorito da sinistra e nascevano talpe adolescenti

che hanno abbandonato in tempo le anime

sono già cenere             fiamma spenta

lavorano     vivono        credendolo opportuno

mettendo da parte pietre      per

fare mura         portici blindati

[…]

[Estratto da ‘canto per patrizia vicinelli’]

Concludo questi appunti imperfetti con un’annotazione personale. Leggere poesia si dice sia ‘difficile’. Forse andrebbero recuperati gli incontri, gli spazi per condividere voci, ascolti, atmosfere, parole. Forse è solo più semplice spingere pulsanti, accendere circuiti che propongono interpretazioni, parole digerite. Forse è più immediato cliccare nella virtualità. Forse è un problema di lingua di carne incompresa, parole assorbite per indigestione entro dinamiche in corsa, affaticamenti, distrazioni assillanti, ossessioni senza forme. Forse è solo paura.
Resta il fatto che leggendo ad alta voce una qualunque pagina di ‘Alfabeto di strade’ non si può – non si può – rimanerne indifferenti, foss’anche per confusione, disagio, accumulo di emozioni. E’ una sfida, io credo, sebbene anche il coraggio è ormai sangue raro, il coraggio di lanciarsi rischiando di annegare.


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