In università circolano tantissimi volantini… Si sponsorizzano iniziative di ogni tipo ed i volantini, con i loro mille colori, i loro diversi caratteri rappresentano e testimoniano, in un certo qual modo, questa varietà di argomenti. Se qualcuno ha seguito la proposta di un volantino, pieghevole per l’esattezza, a fondo rosa con titolo tanto accattivamente quanto ‘antico’ – FONDATI SUL LAVORO – venerdì scorso si è imbattuto in un pomeriggio interessante e dinamico, organizzato dall’Associazione studentesca ATTIVAMENTE.
Titolo apparentemente ambizioso per affrontare un argomento del quale si parla continuamente, senza quasi mai riuscire ad uscire da due cliché: “il lavoro non c’è per tutti” oppure “i giovani non vogliono lavorare perché inseguono sempre il posto fisso”.
La volontà di proporre una riflessione critica e lontana dal luogo comune è chiara fin dalla scelta dei relatori: due professori universitari, Franco Failli e Fedele Ruggeri, l’uno docente di Gestione della qualità e l’altro di Politiche Sociali, e Maurizio Zipponi, autore di pubblicazioni sulle grandi ristrutturazioni industriali ed attualmente responsabile del Dipartimento Lavoro e Welfare dell’Italia dei Valori.
AttivaMente con la collaborazione di ThePopuli.it proiettano la prima parte dell’intervista realizzata a Tito Boeri sulle imprese in Italia.
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Il pomeriggio si è aperto con l’intervento del prof. Failli che ha coniato una quanto mai reale definizione dei neolaureati e neoassunti italiani: eroi solitari. Sottopagati rispetto alla propria preparazione ed al titolo di studio conseguito, sfruttati dalle aziende che poi, però, se ne disfano come si fa con una cartuccia di una stampante utilizzata continuamente per un intero mese e poi prosciugata.
Investire sulla persona, sulla professionalità, sulle capacità, ma anche sul rapporto di collaborazione che un lavoratore riesce a creare all’interno dell’ambiente di lavoro è economicamente importante, industrialmente produttivo.
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Allora perché negli ultimi dieci anni le aziende, così come il settore pubblico, sembrano muoversi in direzione completamente opposta? Perché manca una progettualità condivisa ed a lungo termine sul futuro economico della nostra Italia. Ogni settore sembra essersi chiuso sempre di più in sé stesso: non pensa a confrontarsi, a sacrificarsi oggi per stare meglio domani, a conoscere, molto più semplicemente, le continue evoluzioni del mondo dell’istruzione: vivaio quanto mai ricco, ma assai poco sfruttato dalle industrie italiane.
Ricostruire è stata una parola d’ordine dei tre interventi: ma ricostruire cosa e da dove, come?
La seconda parte dell’intervista a Tito Boeri riguarda il tema della Flessibilità
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Maurizio Zipponi non ha usato mezze parole: bisogna ricostruire basandosi su una onestà intellettuale; bisogna promuovere un modello di sviluppo nuovo, compatibile con la vita condotta oggi dalle persone e nel rispetto dell’ambiente. La sua è stata una sorta di ultima chiamata alle ‘armi’: non c’è più tempo e l’attuale crisi economica ne è solo l’ultima dimostrazione. Gli ultimi dieci anni di precarietà hanno causato una delle più grandi rotture generazionali dal dopoguerra: non si possono più ritenere sufficienti misure che cercano di arginare questo problema, senza mai affrontarlo.
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Il destinatario di queste richieste è lo stesso che sembra non accorgersi della necessità di questo cambiamento: il mondo politico.
Il prof. Ruggeri ha concluso con una riflessione sul significato del lavoro: cos’è il lavoro? Non è una merce ed è per questo che considerare il mercato come regolatore sociale ha dei limiti sempre più evidenti.
Il lavoro non c’è, non esiste: sempre Ruggeri si è fermamente battuto contro questa affermazione. Il lavoro è vita e noi non siamo morti, quindi il lavoro c’è. Dove però? Nella nostra stessa voglia di lavorare, nella nostra stessa necessità di lavorare, nella stessa dignità che il lavoro può conferire alla persona.
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Interessanti anche le domande dei presenti in sala: il ‘tono’ degli interventi dei relatori si è rispecchiato in una forte dignità, consapevolezza, voglia di fare e crescere delle stesse domande.
In incontri di questo tipo è facile diventare una sorta di “gruppo di auto-aiuto”: la generazione X, la generazione dei precari di oggi e dei futuri precari, ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, rappresentata dai giovani studenti e non pisani, ha dimostrato di non essere interessata a piangersi addosso, ma di volere delle risposte, delle proposte serie e, a questo punto improrogabili, dalla politica, dall’università e dall’economia.
Una sorta di esercito di supereroi invisibili che è flessibile da quando, a 15 anni, si è trovato nel mezzo della Riforma Scolastica delle Scuole Medie Superiori. Poi è approdato in Università ed è stato ‘travolto’ dal 3+2, poi avrebbe voluto magari fare carriera in università, ma è stato bloccato da tagli che sono andati a lasciare fuori proprio lui; oppure avrebbe voluto fare stage realmente formativi, invece è stato schiacciato dalle responsabilità di un lavoro ed un rendimento che gli veniva richiesto subito( in fondo a 30 anni è normale chiedere almeno 5 anni di esperienza in quel determinato settore); o ancora avrebbe voluto essere valutato da persone realmente competenti e vorrebbe essere valutato per il suo curriculum, le sue capacità… Vorrebbe addirittura avere la possibilità di essere messo alla prova, non con la promessa di un lavoro, ma almeno non con la certezza che quel lavoro un futuro non l’avrà.
È stata fotografata la nostra Italia ed è stata una fotografia in bianco e nero, ma con alcuni punti di colore.
I punti di colore sono ancora la determinazione, ma voglia di fare, di imparare, di confrontarsi, di discutere, progettare, credere nel futuro della generazione dei superman solitari. A loro, a noi, forse viene chiesto un po’ troppo: mantenere le future pensioni delle quali ci chiederanno conto, far crescere l’economia, essere flessibili, accettare di non avere una retribuzione perché dobbiamo imparare, contemporaneamente crearci una famiglia, fare dei figli, far circolare denaro, essere super preparati, disposti a reinventarsi ed a cambiare… Perfetto: ma… se nessuno ci giudica per quello che valiamo, se i settori nevralgici della nostra economia e della nostra politica sono sempre affidati non per competenze o merito ma per altri parametri, se continuiamo a lavorare 5 anni per maturare solo 1 anno di pensione, se iniziamo a lavorare a 28 anni perché ci viene richiesto almeno un master di secondo livello per avere un colloquio, se la gravidanza o la malattia non è contemplata nei contratti di collaborazione, se le banche non fanno mutui agevolati a chi ha lavoro a tempo determinato, se continuiamo a pensare solo al benessere di oggi (quando o per chi è fortunato) e mai a quello di domani, se continuiamo a pensare che i giovani sono giovani e quindi hanno una vita davanti e per questo il problema può essere rinviato…
QUALE FUTURO PER LA NOSTRA ITALIA?
Crollata… sul lavoro!


