“Quelli che scrivono libri sulla Mafia e hanno fatto la nuova serie della Piovra li strozzerei”, frase di Silvio Berlusconi nella giornata di ieri 28 novembre 2009. Lo scriveva Giovanni Falcone nel suo libro in collaborazione con la giornalista Marcelle Padovani ‘Cose di Cosa Nostra’, nel capitolo dedicato ai metodi che la mafia utilizza per uccidere: “La mafia, se può, preferisce le operazioni discrete che non attirano l’attenzione. Ecco perchè lo strangolamento si è affermato come la principale tecnica di Cosa Nostra”. Non sappiamo se Berlusconi lo sappia o meno, fatto sta che ieri ha espresso questo desiderio di ‘strozzare’ gli autori di film, articoli e libri sulla mafia (quindi anche Giovanni Falcone, se fosse ancora in vita, reo di aver scritto quel libro sui metodi mafiosi). Battuta o meno, l’avvertimento c’è e piuttosto chiaro.
Perchè l’antimafia non è solo quella delle manette, inutile vantarsi del numero degli arrestati, quando poi arrivano misure di legge che sembrano scritte ad hoc per favorire la criminalità organizzata, come per esempio la legge sulle intercettazioni o l’emendamento in finanziaria sulla vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie. L’antimafia delle manette non basta, ma quella culturale, fa una paura incredibile quando ritorna su qualche pagina di giornale, di libro o di film.
Non a caso infatti Berlusconi attacca proprio un serial come ‘La Piovra’, uno di quei rari esempi di come un film sulla mafia non riporti solo episodi di lupare, esplosioni e picciotti. Infatti l’italiano medio quelle poche cose che sa sulla mafia le ha apprese da quella serie. E non si dica che poi da lì partì uno spirito di emulazione delle gesta mafiose, perchè se Cosa Nostra è ancora in vita, non si deve di certo a degli imitatori degli attori de ‘La Piovra.
Laddove si parla di mafia e colletti bianchi, trattenersi diventa difficile per il potente di turno pressato da inchieste e personaggi che cominciano a scucire le loro bocche (Spatuzza parla ed i Graviano laciano un segnale forte, dicendo “lo rispettiamo”). Riprendo nuovamente Falcone: “Negli ultimi tempi si sono registrati alcuni mutamenti negli uomini d’onore. Il vecchio mafioso contadino aveva costumi austeri consoni al suo contesto. Il mafioso urbano di oggi ha assimiliato la cultura del consumismo e si è adeguato ai canoni del mondo moderno, diventando funzionale ad esso”. Ovvero, l’immagine del mafioso è profondamente cambiata, questo Falcone ce lo comunicava già nel 1991, ad oggi però questa immagine del mafioso ‘bene’ che non sta solo a Palermo fatica a passare tra l’opinione pubblica, dirottata da altre parti.
Passa l’immagine però di chi scrive di mafia, di come questa si infila tra le maglie della società e delle istituzioni, passa l’immagine di quelli che scrivono perchè disprezzano il loro Paese, perchè l’Italia, con questa gente fa brutta figura all’estero. A questo punto mi rivolgo una domanda che mi pongo da tempo: “Chi vuole male al proprio paese, chi vede un problema e lo manifesta o chi con questo problema vuole continuare a conviverci facendo affari sporchi?”
A questo punto, Silvio Berlusconi, ci strozzi tutti, anche me, visto che con qualcun altro, a volte, ci sembra giusto dire che la mafia c’è, anche nella sua Milano. Ci strozzi tutti, senza mandare qualcun altro a farlo, visto che il problema è chi scrive e porta alla luce e non chi invece conclude affari con la criminalità organizzata nel disinteresse dei cittadini.


