Prove di “milazzismo” in Sicilia. Ricorderete l’operazione “Milazzo”. Nel Gennaio del 1959, Amintore Fanfani si dovette dimettere prima da Presidente del Consiglio e poi da segretario Dc, a favore della corrente guidata da Aldo Moro. Ma in Sicilia il governo regionale fanfaniano aveva già cominciato a morire nell’estate del 1958. Ci fu una scissione all’interno della Dc siciliana, si formò un partito cattolico dissidente, e la Dc fu esclusa dal governo regionale. Si venne a creare un’inedita maggioranza attorno alla figura del deputato democristiano Silvio Milazzo, che raccolse elementi della Dc dissidente, del Pci, vedi Emanuele Macaluso, e pezzi di Msi. In esso alcuni videro un’anticipazione di quel governo nazionale di centro-sinistra che si sarebbe formato 27 mesi dopo, altri solo un’insalata di bassa convenienza politica, altri un governo voluto dagli industriali siciliani.
Bè, si notano alcune somiglianze con quanto accaduto in questi giorni in quel di Palermo. Si ricorda per la cronaca, che Lombardo aveva espressamente dissolto la maggioranza di centro-destra, come richiesto dal Pd, e, si appellò a tutte quelle forze politiche che, nell’attuale scenario siciliano, avessero voluto realizzare le riforme.
Risultato: governo varato con una minoranza di cui fanno parte Mpa, Pdl- Sicilia area Miccichè e l’unico deputato rutelliano; in tutto 31 a 90. Per andare avanti ci sarà bisogno dell’appoggio del Pd. Dalla giunta sono usciti i due lealisti Beninati e Miloni che fanno riferimento a Schifani ed Alfano. Al loro posto due tecnici: l’attuale segretario generale della presidenza Pier Carmelo Russo e l’economista Mario Centorrino da sempre molto vicino al Pd. Per il resto tutto come prima. Risulta poco chiara la presenza di Gaetano Armao sul quale il Pd aveva fatto una battaglia in Aula per un presunto conflitto di interessi.
Cosa avrebbe dovuto fare Lombardo? Far tornare i siciliani alle urne?
Lombardo è stato eletto direttamente dai cittadini siciliani, raccogliendo più consensi in percentuale della somma dei partiti dell’allora coalizione di centro- destra. In Ottobre aveva presentato in Aula il Dpef,e gli è stato bocciato, dopo essere passato in Commissione, dal Pdl lealista,dall’ Udc e dal Pd. A quel punto ha ritenuto opportuno, conclusasi la stagione del centro-destra di vecchio conio, andare oltre le ideologie, cercando di raccogliere, tra le forze politiche in campo, quelle che avessero voluto fare le riforme. Certamente, sarebbe stato più onesto che, dopo aver rotto con Alfano e Schifani, avesse tolto l’appoggio al Governo nazionale, così da non far pensare, dietrologi e non, che il suo comportamento sia utilitaristico.
Torniamo al Pd. Che avrebbe dovuto fare? Dire no alle riforme? Far saltare l’Assemblea regionale chiedendo elezioni anticipate? Non può permettersi di tornare alle urne, lo sanno i vertici nazionali e regionali. D’altro canto, il risultato delle ultime europee è sotto gli occhi di tutti. Il progetto riformista di Lombardo se ben studiato, progettato e, soprattutto, realizzato, può essere un ottimo trampolino di lancio per un partito, come il Pd, che, nel corso degli ultimi anni in Sicilia, ha sempre ottenuto scarsi risultati. Però, non dovrà essere un inciucio, né un governicchio frutto del clientelismo e del compromesso, ma, un esperimento politico per il bene della Sicilia. Potrebbe essere visto, se andasse a buon fine, come un’anticipazione di un Governo di Unità nazionale di cui tanto si è parlato e tanto se ne riparlerà.
Ancora una volta, dopo circa trent’anni, la Sicilia diventa laboratorio politico. Diceva Vitaliano Brancati: “In Sicilia per essere veramente liberali, bisogna almeno essere comunisti”. Forse, Lombardo ha letto Brancati.


