Oggi assistiamo a una chiusura lenta e progressiva dell’Europa contro lo straniero. Non è certo un fenomeno solo italiano: come disse una mia cara amica l’Italia è un pò il termometro politico dell’Europa. L’Italia fu la prima a consegnare il Paese a un dittatore durante il disastro economico tra le due guerre; è oggi la prima, (sempre avanguardista..), a essersi lasciata suggestionare da facili risoluzioni ai problemi, da sogni di rinascita economica e di rivendicazione identitaria. Proprio i piena crisi, come dopo il crollo del ’29.
Oggi quest’immaginario si diffonde a macchia d’olio, ci sembra nuovo e invece è vecchio di secoli, a dimostrazione che le pagine “tristi” della Storia umana vengono progressivamente cancellate, mentre i fasti e le vestigia di un passato glorioso rimangono a solleticare l’immaginazione identitaria. Le identità di oggi si rifanno a vecchie fiabe di conquista e unicità, una memoria fervida e inventiva che riproduce e reinventa radici e tradizioni, spacciandole per vere. “Roma è nata romana e cristiana” o “L’Europa ha radici cristiane”, frasi che simboleggiano una totale a- storicità ma una sincera voglia di attaccarsi a un comun denominatore, latino e cristiano in questo caso. Uno studio più articolato potrebbe demolire in due minuti queste affermazioni.
La modernità è un simbolo che nasconde ogni vecchia cazzata e la rivendica come “tradizone”. Oggi in Francia si discute di una legge per interdire la burqa nei luoghi pubblici, con la scusa della tradizionale laicità francese. Un’interdizione che si cerca di proprorre già da tempo, ma senza successo. Ma il governo ha escogitato altre vie per convincere i cittadini della necessità di questa legge. Con il dibattito dell’”identité nationale”, aperto il 2 novembre dello scorso anno da Eric Besson, ministro del super nuovo fiammante ministero “de l’immigration et de l’identité nationale”, (un nome, un programma insomma), il nodo della questione è subito venuto al pettine. Doveva essere in teoria un dibattito sull’identità, anche se la parola “nationale”,(nazionale), alla fine rende questo discorso molto più limitato di quanto non lo sia in realtà, e si è trasformato inevitabilmente in un dibattito sull’Islam e sulla possibilità che hanno i musulmani di “integrarsi” nella società francese. Il fatto che ci siano diverse generazioni di musulmani, stabilitesi in Francia da decenni, non ha nemmeno sfiorato il pensiero delle “grandi menti illuminate” che organizzano il dibattito. Dall’Islam sono passati quasi subito, per associazione spontanea diremmo, alla questione del velo, o meglio della burqa. E rieccoci da capo.
Ora leggo che anche la nostra Mara si unisce al coro; la immagino sbracciarsi come una bambina eccitata e dire “Anche noi! Anche noi!”. “Subito una legge contro la burqa e il velo, mai più donne velate in Italia!”, (oh santo cielo ci toccherà (s)vestirci tutte come lei..), dimostrando un’ennesima volta il vuoto siderale che il ministero per le Pari Opportunità rappresenta in questo governo. Un trenino del malaugurio insomma. Dopo il referendum svizzero sui minareti, e la proposta di legge francese ora le fasce più ottuse e estremiste del nostro centro-destra celodurista si sentiranno spalleggiate. (Voglio emigrare ancora più lontana, le Alpi sono troppo vicine!)
Ora, senza restare troppo sul motivo propriamente elettorale per cui il governo di “Sarko” sfodera questa legge, (è sempre e solo questione di voti alla fine, fra poco in Francia ci saranno le regionali e raccogliere i voti del “Front National”, il partito di Le Pen per intenderci, farebbero comodo), bisognerebbe interrogarsi sull’esistenza, reale o mitica, dell’emergenza burqa in Europa e sul significato profondo che queste manovre politiche possono celare, per non parlare dell’impatto sociale che tali costrizioni possono avere.
Uno studio del ministero dell’interno francese dell’estate 2009 stima il numero di donne che portano il burqa in Francia tra un minimo di quattrocento a un massimo di duemila. Il numero esatto sembra tendere più verso le duemila anche se non si può dire con certezza, “Le Figaro” riportò entrambi i rapporti con un intervallo di due mesi circa:
In ogni caso la cifra mi sembra irrisoria; duemila donne velate su un territorio nazionale di 65 milioni di persone non fanno nemmeno statistica. Dunque il problema è, potremmo dire, palesamente ideologico. Mi fanno ridere questi politici che si battono per la libertà delle donne con discorsi che si dimostrano totalmente sessisti e carichi di disprezzo. Un linguaggio forbito che nasconde un’inclinazione paternalista malcelata: “dobbiamo aiutarle, sono delle sottomesse!”. L’esatto tipo di discorso che convinse l’opinione pubblica sui benefici del colonialismo nell’800. O ancora che convinse metà Europa a seguire George W. Bush nella sua “pacifica” guerra Irakena.
In generale queste donne “da aiutare” non sono quasi mai interpellate nel dibattito, ovvio, dando per scontato che sono sottomesse non ci si prende nemmeno la briga di porre loro la questione. La scusa che i familiari non le fanno parlare tiene poco, rifugiandoci in questo stereotipo rischiamo di non ascoltarle nemmeno quando si esprimono. E per non cadere dalle nuolve è bene aspettarsi sia una spiegazione che ci pare assurda sia una risposta perfettamente sensata, le scelte personali non sono tutte razionali, ma per capire bisogna parlare e non accusare.
Detto questo non ci sono reali statistiche sula diffusione della burqa in Europa, né tantomento in Italia, almeno sfogliando nel web. Ritornando al Belpaese: bisogna dire che la nostra Mara sta forse tralasciando la radicale differenza tra il laicismo francese, che tende a eliminare ogni simbolo religioso dall’ambito pubblico, e quello italiano. Se di laicismo si tratta non è certo intransigente, come ben sappiamo. Tanto che la questione del crocifisso in aula crea tante divergenze anche nell’ala laica della popolazione, tanto che abbiamo fatto appello alla decisione della Corte Europea che ci intimava di toglierlo.
Sulla questione del velo in generale, della burqa in particolare, è bene ribadire una verità storica. Come per la circoncisione, la poligamia o, nei Paesi più a Sud, l’infibulazione, il velo (o Hijab, che significa letterlamente «qualsiasi velo posto davanti a un essere o a un oggetto per sottrarlo alla vista o isolarlo») fu un costume di molti popoli del mediterraneo. Non è una caratteristica particolare dell’Islam e non rientra nemmeno nei precetti della religione. Dalla Grecia a Roma, dal Magrheb all’Europa, il velo era portato soprattutto dalle donne delle classi agiate o dalle donne sposate per coprirsi dagli sguardi altrui. Le schiave o le prostitute non lo portavano vista la loro condizione infima, era un simbolo di classe. Ora, il suo percorso storico è certo molto confuso, difficile risalire al momento nel quale divenne simbolo di appartenenza religiosa. Forse fu proprio Maometto a prescriverlo, o forse furono una serie di conseguenze legate a tradizioni più ancestrali. Come per altri costumi è difficile sbrogliare la matassa delle « origini », probabilmente perchè le vere origini si perdono negli angoli oscuri della nostra storia, quelle inventate hanno più successo. E’ evidente però che ci sono diversi tipi di velo. Dallo Chador al Niqab, dal Chadri alla Burqa, dal fazzoletto alla Jilbab o Djellaba vi sono molte differenze ideologiche e materiali, nonché molti usi differenti rispetto alle posizioni sociali. Basti sapere che il Burqa integrale, che copre viso, mani e piedi, è stato introdotto in Afghanistan, e nei Paesi dell’Asia Centrale, un secolo fa circa, e che solo da una ventina d’anni, forse trenta, è stato imposto a tutte le donne afghane. Prima indossavano il Chadri, che copriva il viso ma non le mani e i pantaloni. Certi tipi di Chadri sono persino aperti sul davanti, e lasciano intravedere gonna e pantaloni.
L’inasprimento afghano odierno sull’uso della burqa è evidentemente dovuto al regime talebano, che impose un modelllo teocratico stretto, in particolare contro le donne. Ma come al solito bisogna andare oltre e comprendere perchè questo tipo di inasprimento abbia avuto luogo. Sicuramente qualcosa è dovuto alla guerra continua che dissangua il Paese da più di trent’anni, all’invasione continua degli eserciti extra- nazionali; perchè la “sessualità dello straniero”, il “fantasma dello stupro” sono presenti in ogni società e le donne sono un bene prezioso, una merce di scambio, ma per i soli autoctoni. In Italia ci si scandalizza per le violenze sessuali attuate dagli immigrati e si sorvola, ci si indigna meno, su quelle fatte da italiani contro gli italiani. La sessualità dell’Altro è sempre bestiale, enorme, sanguinaria. Lo stesso discorso si può dunque applicare su tutti i movimenti che tentano una restrizione della libertà femminile, Chiesa Cattolica inclusa. Non sono i precetti della religione che guidano queste azioni, non lo sono nemmeno quando queste azioni si rivendicano religiose, è di sesso che si parla, sempre e comunque.
Tornando verso l’Europa: non credo che il velo sia il problema, né numerico, né sociologico. Non credo nemmeno che vietandolo risolveremo qualcosa. A me il velo non da fastidio in quanto donna, la burqa mi lascia forse perplessa ma non mi indigna, forse perchè ho avuto la possibilità di conoscere e vedere tante donne velate che sanno quello che vogliono, che studiano e lavorano. E’ sicuramente una tematica difficile da abordare e da generalizzare data la moltitudine di ragioni per le quali una donna decide di coprirsi, o meno, il viso, però il punto non sta lì.
Il punto è che mi sembra improbabile trovare con esattezza dove finisce la coercizione e dove comincia il libero arbitrio. Difficile capire chi inculca chi e cosa. Noi donnine “evolute” ci sottoponiamo a diete stressanti, a portare pantaloni di due taglie in meno del necessario, a scoprirci la pancia e a mostrare le tette. Dov’è la coercizione? Dov’è il libero arbitrio? Non lo facciamo forse, (non tutte ovviamente) per arrivare più in alto cara Mara? Non ci adeguiamo a fantasie maschili? Tu forse lo sai meglio di me.
La liberazione della donna deve partire dalle donne stesse: in molti casi si nota come certe situazioni economiche portino le donne a lavorare fuori dal nucleo familiare. Come accadde per noi durante la guerra, queste donne realizzano di avere un ruolo nella società esterna, e si battono per vedere riconosciuti i propri diritti. Solo questo può smuovere le acque, ammesso e non concesso che il velo rientri per loro nella categoria dei problemi, cosa di cui non sono sicura.
L’Italia che si mette a misurare il valore delle proprie donne attraverso la loro bellezza fisica e il loro talento a sculettare sopra un bancone, che spinge le ragazzine a fare le veline, e poi si scandalizza se altre donne si coprono, non ripropone forse un’altra imposizione maschile al ruolo femminile? La libertà non può e non deve passare per il solo abbigliamento, non ha senso. Se mettiamo la battaglia femminista su questo livello riduciamo noi stesse al nostro corpo, riproducendo un’ideologia sulla donna non ancora morta nel nostro secolo.
Francamente spero di non ritrovarmi in una dittatura della minigonna, in questo caso preferisco il velo.
Ps: benvenuti i commenti che arricchiscono la mia conoscenza sul velo e sulla donna musulmana. So bene che ci sono migliaia di sfaccettature sulla questione, ma non posso trattarle tutte nella stessa nota.
Si ringrazia l’autore della foto: Link



Ottima analisi. Condivido!
io penso che questi politici pensano di “liberare” le donne da una costrizione culturale come il burka…tipo quando le donne degli anni 60 bruciavano i reggiseni. Ma se queste donne hanno deciso di andare avanti con questa tradizione, che sia o no inculcata involontariamente, é una loro scelta!nessuno gli deve impedire di tenere il burca…allora che levino una volta per tutte le prostitute dalle strade!che si impegnino a fare leggi piu’ utili ai cittadini, invece di esercitare il loro potere giocando come con le barbie…perché stanno giocando seriamente!!in Italia stupratori e assassini, i machisti, pedofili hanno pene lievi…e invece di pensare a questo problema….pensano che il nero di un burqa porta male….vergogna!e a tutti gli europei!
Grazie per la pubblicazione!