Cos’è una legge? E’ una domanda alla quale, nell’Italia di oggi, non è più agevole rispondere. In altri tempi avremmo detto che è un provvedimento contenente norme, ossia regole di condotta, generali ed astratte, rivolte cioè alla globalità dei consociati e tese a regolamentare ex ante un determinato aspetto della vita delle comunità statuali. Dunque l’espressione più nobile e più alta della potestà degli Stati sovrani, il collante su cui si fonda il contratto sociale che lega i governanti alle collettività da cui promana il loro potere.
Questo nelle moderne democrazie rappresentative, ovviamente, perché il concetto di legge va contestualizzato con riferimento alle diverse epoche storiche e alle diverse forme di sovranità in cui si è materializzata l’ entità statuale.
La nozione di legge come noi l’intendiamo, pertanto, non ha lo stesso significato che aveva per i sudditi dell’Impero romano o per quelli di Luigi XIV, che per legge intendevano semplicemente il factum principis, la volontà inappellabile, indiscutibile e assoluta dell’imperatore o del re. Benché anche in quel caso la norma così emanata incidesse sui comportamenti dei singoli, profondamente diversa era la sua fonte: l’autorità di un autocrate contro l’autorità di un parlamento, ossia di un gruppo di cittadini liberamente eletti da tutti gli altri.
Ulteriormente diverso è poi il concetto di legge nelle oligarchie, ossia nei sistemi di governo dove un ristretto gruppo di persone- sia esso una casta economica, politica o sacerdotale – detiene le leve del comando ed esercita i propri poteri nell’esclusivo interesse dei suoi componenti.
Qui la legge perde uno dei connotati fondamentali che la caratterizzano nel mondo occidentale contemporaneo: il suo essere un precetto posto nell’interesse di tutti e che tutti sono tenuti ad osservare.
Forse più che nel confronto con i sistemi assolutistici, dove sovente il sovrano, benché organo monocratico e pur dentro una cornice di rapporti sociali contrassegnati da intollerabili abusi e privilegi, legiferava con intenti erga omnes (talvolta dando dei dispiaceri proprio alla classe nobiliare da cui egli stesso proveniva), la metamorfosi concettuale che attualmente in Italia sta subendo la concezione della legge si può accostare all’idea di norma che si è affermata nelle realtà storiche e geografiche dove la guida di una intera nazione è stata appannaggio di una ristretta cerchia di individui, legati tra loro da interessi comuni.
In queste realtà, infatti, legge è soltanto ciò da cui scaturisce un vantaggio per i maggiorenti, in termini di consolidamento delle posizioni di privilegio o di asservimento del resto della popolazione.
E’ una situazione che l’Italia ha già conosciuto negli anni immediatamente successivi all’Unità, dove un manipolo di notabili si eleggeva da solo e dominava una massa sterminata di altri cittadini che ne doveva subire passivamente le scelte.
Ora il punto di domanda è: stiamo tornando a quel periodo aurorale della storia dell’Italia moderna? Stiamo rinnegando la rivoluzione copernicana avviata da Giolitti con l’estensione del suffragio e culminata nella Costituzione del 1948?
Per carità, le lobby nel nostro Paese hanno sempre avuto i loro referenti dentro le aule legislative e la produzione normativa dell’Italia repubblicana, dalla sua nascita ad oggi, è zeppa di provvedimenti adottati per favorirne gli appetiti e i tornaconti. In questo, possiamo dire che l’Italia dei notabili della seconda metà dell’ottocento è rimasta tale fino ai giorni nostri. Ma si è quasi sempre trattato di leggi di basso profilo, approvate alla chetichella ed evitando accuratamente la grancassa mediatica. Nulla al confronto di ciò a cui ci sta abituando il capostipite della dinastia Fininvest.
Il quesito di cui sopra, pertanto, resta pienamente lecito, soprattutto alla luce delle ultime vicende che sempre più vedono Parlamento e Governo impegnati a varare provvedimenti che, malcelati dalla bautta dell’interesse pubblico, appaiono chiaramente voluti per venire incontro alle esigenze di pochi e in special modo, tra questi pochi, alle esigenze di una sola persona, l’attuale capo dell’esecutivo.
Che le legislature a guida berlusconiana si siano sempre caratterizzate per una produzione normativa finalizzata ad alleviare le pene giudiziarie del premier o a favorirne le attività imprenditoriali, è cosa nota persino ai fanciulli delle materne. Quello che oggi appare nuovo rispetto al passato, però, è proprio la fragilità della bautta, del burqua, della maschera insomma.
Oggi Berlusconi non si preoccupa più di confezionare novelle legislative come il lodo Alfano, il legittimo impedimento e il ritorno in pompa magna dell’immunità parlamentare dentro rassicuranti scatole con su scritto: nell’interesse di tutti. Tra l’altro, anche volendolo, ormai gli riuscirebbe male, perché si tratta di disposizioni palesemente volte a blindare la sua figura istituzionale e a creargli attorno uno scudo protettivo più solido di quello delle astronavi aliene.
Vero è che non passa giorno senza che gli uomini del suo entourage e i giuristi di corte svolazzino da una televisione all’altra e da un giornale all’altro per spiegare ai cittadini i benefici derivanti alla collettività dall’approvazione di lodi e impedimenti, ma la sensazione è che stavolta i primi a non crederci fino in fondo siano proprio loro, i fedelissimi del Califfo.
Il che naturalmente non esclude che in giro ci siano ancora tanti volenterosi che la “missione” continuano a prenderla molto sul serio. L’altro giorno, ad esempio, uno sconosciuto peones del PDL, più realista del re, dopo le prime deposizioni in Tribunale di Massimo Ciancimino si è premurato di presentare alla Camera una proposta di legge che vanificherebbe del tutto l’apporto dei pentiti nelle inchieste di mafia. Immaginiamo che il prode derviscio si sia presentato subito dopo ad Arcore con lingua penzoloni e coda scodinzolante, aspettando ansioso il biscottino. Ma mal gliene incolse: evidentemente il troppo è troppo anche per due autorevoli esponenti del governo come Alfano e Maroni, visto che si sono affrettarsi a prendere le distanze dall’iniziativa.
E’ questo un segnale di dissenso, di fronda? No, è soltanto l’indizio che anche dentro l’esecutivo si fa un certo consumo di Alka –Seltzer e che c’è un limite oltre il quale il digestivo non aiuta più.
Anche dentro il centro-destra, dunque, c’è chi è ben consapevole di cosa rischia la civiltà giuridica del nostro Paese se passa l’idea che possa chiamarsi legge un qualcosa che invece assomiglia pericolosamente ad un atto amministrativo , ossia ad un provvedimento avente per destinatario un soggetto ben determinato. Berlusconi non sarà eterno ma il berlusconismo forse sì, con la conseguenza che chiunque dovesse sedersi un domani al posto suo potrebbe sentirsi autorizzato, se la maggioranza parlamentare glielo consentirà, di fabbricarsi da solo la democrazia che più gli aggrada. Quando si parla delle possibili eredità negative del berlusconismo, in genere i detrattori evocano le immagini di truci dittatori e carri armati per le strade. A nessuno viene mai in mente che, semplicemente sfruttando la legittimazione derivante da una larga vittoria elettorale, sarà possibile ai futuri leader usare lo Stato come si usa il proprio dentifricio, senza la necessità di ricorrere a censure e regimi polizieschi. Una aberrazione inquietante della democrazia che non siamo affatto preparati a fronteggiare, come il quindicennio berlusconiano dimostra, e che, tra l’altro, non sembra impensierire più di tanto neppure le sue principali vittime, ossia i cittadini stessi.


bravo