Inverno 2007/2008
Un ventitreenne svegliato dal suono insistito di un riff insinuante solleva il braccio marchiato dal timbro di un locale e schiaccia “snooze”. Due minuti dopo il riff ritorna, ugualmente insinuante e già fastidioso come un tormentone. Il ventitreenne alza il busto e si mette a sedere, saggia il pastone nelle fauci, scuote dalle orecchie il riverbero della serata precedente passata davanti a qualche dj set indietronico, infila i jeans rossi stretti, le scarpe basse con la stella, la maglietta di Banksy ancora innestata nella felpa col cappuccio, un giaccone da neve, raccoglie la fotocamera digitale e le chiavi, una borsa vuota di libri ed esce di casa. In un giorno imprecisato d’inverno un ventitreenne esce di casa con una compilation da ascoltare e null’altro da fare. Lo strato suburbano ricoperto di galaverna è ancora più triste e spento del solito. Se solo avesse letto il giornale lasciato aperto sul tavolo di cucina dal coinquilino, il ventitreenne saprebbe che è ufficialmente cominciata una cosa chiamata “recessione”. Di lì a qualche mese Bugo avrebbe pubblicato “C’è crisi”, a beneficio del ventitreenne e dei suoi simili che ancora credono nel cantautore novarese. Un ventitreenne di un’altra epoca avrebbe gridato «venduto!» a Bugo, ma i tempi sono cambiati all’insaputa dei più: è così che funzionano le crisi. Intanto un’upupa variopinta gracchia aggraziata e un poco sguaiata: «Rah-rah!».
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«Do the dance, do-the-dance!» e il ventitreenne si dimena come un basculante lungo il marciapiede prospiciente un club (Justice, †, 2007), ignorando la folla di mostri che si accumula nel bel mezzo della strada periferica, alla sua sinistra. Sono mastodonti che migrano a Nord, incrociati da palmipedi ballerini diretti a Sud: le scimmie della sbronza indie vanno a riposare le membra ai mari tropicali, mentre quasi tutti gli altri primati dei precedenti party si sono evoluti in forme spiacevoli alla vista ma pregevoli all’udito (come Damon Albarn) o si sono definitivamente estinti (come gli Oasis). Il ventitreenne ignaro entra in università, si siede nell’aula lettura e consulta qualche blog: esce il nuovo dei Baustelle? Carlo Pastore passa a TRL? I segnali sono ancora confusi, le avvisaglie invisibili ai suoi occhi, ma la bomba è già esplosa. Per la fine dell’inverno saranno pronti le sinfonie di questa transumanza, che accompagneranno con bordoni di suono il biennio a venire: Street Horrrsing (2008) dei Fuck Buttons è l’inno alla crisi, britannico come i Mogwai, globale come il sintetizzatore, scherzoso come i Game boy circuitati e distorti, mortale e noioso come la serietà dei suoi intenti. Cieli d’Inghilterra vestiti a festa come se Andy Warhol fosse lo Zeus adunatore di nembi se ne fregano dei compressori francesi e si godono la carenza di bassi.
«Le case discografiche si lamentano» è un ritornello al quale l’orecchio del ventitreenne si è assuefatto. La radio lo ripete per l’ennesima volta, proprio mentre lo schermo di un pc ospita l’home-page del Mulo. Niente da fare, oggi i download sono bloccati. Tutta colpa dei nani del rock’n’roll: stanno dissotterrando antichi appartamenti dalle miniere di bauxite, perché i revival hanno sdoganato anche l’altroieri pomeriggio e oramai non c’è più nessun altrove spazio-temporale sul quale valga proiettare la propria pochezza. Ora è il momento degli archeologi del groove, è la loro fase aurea: a marzo i Motorpsycho pubblicheranno un disco difficile e stupendo, Little Lucid Moments, quattro brani che riesumano cadaveri del rock (dagli anni settanta ai Sonic Youth) per costruire nuovi Golem messianici, per fornirci “sprazzi di lucidità”, insomma: loro c’erano, ai margini ma sempre presenti, nel bel mezzo dei festeggiamenti, ai tempi delle vacche grasse e delle scimmie, quindi la loro dieta vegetariana (Heavy Metal Fruit, 2010) è uno dei pochi nutrimenti capaci di farci sopravvivere alla traversata oceanica senza rischiare lo scorbuto. Nell’ultimo disco, a due anni dallo svolgimento di questa storia, suonerà anche un trombettista dei Jaga Jazzist, norvegesi anch’essi,più che un gruppo una mandria dedita ad una fusion degna di questi giorni cinici e taglienti. Rumorosi, fondamentali, sporchi, Golem (One Armed Bandit, 2010) suonano come elicotteri di ritorno da una lunga missione che annuncia la fine dell’indie.
Ma l’indie, qualunque cosa esso sia, non è finito: sta rinascendo già al terzo giorno e i profeti di questa palingenesi, com’era prevedibile, sono i Radiohead. In Rainbows è uscito ad ottobre sul sito della band e tutti quanti riescono a parlare solo del download digitale a libera offerta, come se fosse una novità, e mentre il ventitreenne si concentra sul dito e decide di non sborsare un euro, fregandosi le mani, la luna fa il suo giro: una band di prima linea ha ignorato le case discografiche e ha fatto tutto da sé, perché oggi si può fare. Oggi si può uscire da soli sul mercato, scavalcando la questione dei download illegali, a patto che gli artisti rispettino il mutuo accordo con il pubblico (chiamatela onestà artistica) e si promuovano come un tempo, come alle origini del rock quando le televisioni musicali non esistevano, cioè girando per il mondo con i cammelli da mostrare e vendere. Se perfino Leonard Cohen ha lasciato la baita per andare in turné (Live in London, 2009), qualcosa è veramente cambiato. A dicembre, poi, In Rainbows uscì anche nei negozi. Il ventitreenne ignaro della crisi lo comprò subito e i Radiohead ci guadagnarono mucchi di grana dimostrando che gli intermediari sono divenuti controproducenti come un racket, carrozzoni come una tv pubblica, autoalimentati come una vacca che beve il proprio latte. Così, due anni dopo Thom Yorke potrà permettersi di andare in giro con una nuova band (Atoms For Peace), da headliner del festival Coachella anche se nessuno o quasi avrà ancora sentito niente, anche se il disco non sarà ancora uscito (ammesso che sia stato registrato), semplicemente creandosi una credibilità sul palco e montando l’attesa in rete. Insomma, l’età dell’oro non è finita (almeno questo il ventitreenne lo sa, perché è ignaro di tutto): solo bisogna scavare più a fondo, bisogna cercare un cuore d’oro nel buio delle gallerie e, una volta trovata la vena, seguirla.
«The age of miracles, the age of sound, well there’s a golden age comin’ ‘round» cantano in pubblica piazza i mustelidi più strani e inelligenti dell’indie in voga fino all’estate del 2007, i TV on the Radio. «Cara scienza, ti scrivo, così mi distraggo un po’», e nel frattempo il ventitreenne non si accorge che è uscito uno dei dischi del decennio (Dear Science, 2008). Tunde Adebimpe e compagnia sono rintanati in un Fort Alamo blindato di rubino e zaffiro, impenetrabile e lontano come una torre d’avorio il cui profeta è ancora in fase creativa. Non ci si lamenta, ma si teme per la stabilità idrogeologica del terreno sul quale sono state piantate le fondamenta: titoli tossici in casa non ci sono e in questi casi bisogna stare attenti a che nessuno porti via il piccolo forziere di idee per rifarsi una vita. Adebimpe canterà pure coi Massive Attack (“Pray for rain” da Heligoland, 2010), e il ventitreenne proverà a ballare il non-ballabile, eppure nulla di tutto ciò porterà cambiamenti nel vento.
La brezza che il ventitreenne inspira e non segue è quella montana del folk: oggi sale dai tombini di città e non fa mai il percorso inverso, non si sa quanto durerà, ma Scott Kelly è uno scimmione che ha già altro a cui pensare (i Neurosis, tanto per cominciare) e i primi arrivati sapranno eventualmente riciclarsi, mentre i Death In June salutano dal dimenticatoio. Se proprio la sbronza neofolk non fosse cominciata (ed è cominciata, quando quei mattacchioni della New Weird America hanno radunato le bottiglie di Campari), Iron&Wine, che poco prima del botto globale pubblica The Shepherd’s Dog (settembre 2007), neppure il suo migliore lavoro, indica i colori e le scale di grigio nei cumuli di monnezza, va a rifugiarsi nei boschi. Al ventitreenne, però, la barba non dona: vorrebbe ascoltare i Bon Iver, perché gli hanno detto che For Emma, Forever Ago (2008) è un disco magnifico e, oh!, così profondo, e poi quel titolo gli ricorda quando da piccolo suonava “Per Elisa” al pianoforte e sua sorella più grande si sedeva sul divano che dava le spalle al muro appoggiava il mento sulla testiera ed invidiava il fratellino tanto più dotato di lei. Purtroppo questo ventitreenne non conosce bene l’inglese e, pensando che accanto ad un accompagnamento minimale debbano esserci per forza di cose delle grandi parole, molla il disco al settimo ascolto.
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Allora, prova con Le Luci della Centrale Elettrica (Canzoni da spiaggia deturpata, 2008) e si innamora delle locuzioni pindariche come fossero figli suoi. Questo è il più grave errore che si possa commettere con i cantautori, perché un giorno quelle parole ti verranno tolte a forza, la gente senza fantasia le userà a sproposito per esprimersi e rimarrai da solo con lo stesso fastidio che provoca la musica pop quando finisce in uno spot pubblicitario, e allora ti odierai per aver speso del tempo dietro a qualcuno che in fondo non ne valeva la pena. Ed è così che il ventitreenne mette sullo stereo Girl Talk (Feed the Animals, 2008) e comincia a ballare come se non ci fosse domani, fino a che, accorgendosi di non conoscere le fonti di quell’enorme gioco da laptop chiamato mash-up, getta il disco in pasto agli animali bizzarri che ancora migrano sulla strada e finalmente, con orgoglio e consapevolezza, si deprime. Ormai ventiquattrenne, ha capito la crisi e, armato di big muff e col gain al massimo, si prepara ad affrontarla. Le parole d’amore e disamore per le persone e per il mondo le metterà Max Collini (Offlaga Disco Pax, Bachelite, 2008), ai potenti battiti in levare e al conseguente passo di danza penseranno i Dub Trio (Another Sound is Dying, 2008) e che il 2009 abbia inizio.
(continua…)


