L’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma tiene banco nella cronaca politica del paese. La causa dell’iniziale esclusione della lista è da attribuirsi al ritardo col quale gli incaricati del Pdl si sarebbero presentati presso l’ufficio preposto del Tribunale di Roma. Si tratta in poche parole del mancato rispetto di un regolamento, il quale prescriveva che le liste fossero presentate in tribunale entro il mezzogiorno del Sabato. Esponenti del Pdl affermano di essersi presentati in tempo alla porta dell’ufficio e di essersi allontanati solo per brevissimo periodo, per poi ritornare e trovare ostacolo e impedimento a causa dei militanti radicali. Ma questo poco ci importa, sarà la giustizia amministrativa a ricostruire la vicenda e statuire se le firme debbono considerarsi presentate o meno ai sensi del regolamento.
La gravità da denunciare è di altra natura. Essa riguarda la chiamata in causa del Presidente della Repubblica da parte della Polverini e del Sindaco Alemanno, e la “chiamata alle armi” dell’elettorato pidiellino, esortato dai molti manifesti affissi a tempo di record nella capitale, i quali inneggiano alla protesta recitando lo slogan “Vogliono cancellare la democrazia. Fatti sentire”. L’idea che un impiegato pubblico, applicando due righe scritte su un foglio di carta, possa così fermare sulla soglia della competizione elettorale la più grande forza politica italiana, è difatti per loro insostenibile. E’ come se con un dito si volesse arrestare un fiume in piena che sta straripando. E’ inconcepibile. E’ decisamente inconcepibile secondo le leggi della natura, della forza bruta. Non è possibile. E allora strepitano, battono i piedi, fanno appelli al Presidente della Repubblica invocando una sua discesa divina, come se egli potesse piegare l’ordinamento giuridico a proprio piacimento per scongiurare un evento sconveniente, tragicamente poco ossequiante del potere politico. Infine chiedono ai propri elettori di protestare, violando della protesta persino il suo significato più profondo, il suo essere strumento di emancipazione delle classi più deboli contro le vessazioni dei potenti, ma l’onestà intellettuale, si sa, non è patrimonio di tutti.
Siamo di fronte alla prepotenza, ma fermatevi per pietà, l’Italia così sta diventando una giungla. Fermatevi di fronte a quel semplice ufficiale dello Stato italiano che vi ha detto “no”. Dietro quel regolamento c’è una legge, e la legge è l’espressione della sovranità del popolo, e anche il Presidente della Repubblica vi deve sottostare con umiltà. “Non decido io” avrebbe difatti detto Napolitano, facendomi tirare un sospiro di sollievo in questo momento in cui niente è scontato.


