Donne violate, le cose che non ci diciamo

Donne violate, le cose che non ci diciamo

Se non fossero le donne a pagarne il prezzo, spesso in maniera letale, come è accaduto l’ultima volta appena pochi giorni fa, si potrebbe dire che la violenza di genere è una questione esclusivamente maschile. Le mogli o fidanzate che uccidono compagni o ex compagni sono infatti un numero infinitesimale rispetto ai maschi che fanno violenza sulle partner o sulle ex.
Affrontare questa radice maschile del fenomeno potrebbe essere, se non un antidoto, un deterrente. Dire cioè a se stessi: “Il genere al quale appartengo è capace di questo”, è già un modo per attrezzarsi ad affrontare le zone d’ombra in cui possono essere risucchiati i maschi in quanto tali.
Chiedersi perché e come si possa arrivare a tanto è un ulteriore passo avanti. Intanto, ci dev’essere qualcosa di atavico, biologico, nella violenza di cui i maschi ex procacciatori di cibo sono portatori. Qualcosa che ha consentito alla specie di sopravvivere. Ma che oggi, come la coda che abbiamo perso durante l’evoluzione e che si è trasformata in coccige, dovremmo essere capaci di ricacciare indietro per adeguarci a un mondo che non è più la giungla nella quale vedemmo la luce decine di migliaia di anni fa.

Forse è il sistema sociologico il problema?

Ma c’è dell’altro. E ha a che fare con la dimensione sociale nella quale siamo immersi. Perché cosa può portare all’uccisione di una donna in quanto donna, cioè al femminicidio, non lo si capisce a pieno se ci si sofferma sull’atto estremo: l’omicidio. Quello è solo la punta di un albero che ha radici profonde e nascoste. Che sono costituite da un mondo in cui le donne hanno mediamente meno reddito; studiano di più ma hanno meno opportunità di lavoro; sono di gran lunga più esposte al precariato; sono spesso costrette a ritirarsi in casa alla nascita di un figlio, abbandonando qualsiasi ipotesi di carriera. Un mondo in cui le donne insomma stanno sotto. In cui sono condannate socialmente per atti e comportamenti che invece negli uomini sono apprezzati. Un mondo che per questo genera disuguaglianza e la alimenta a sua volta con politiche che semplicemente non tengono conto di una delle questioni che dovrebbe essere cruciale, tanto per le donne quanto per gli uomini, oggi: la conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Questo stare sotto non può che dare frutti malati, che possono arrivare ad essere avvelenati, come si è visto nelle ultime vicende dei giorni scorsi.
Sono le radici dell’albero della disuguaglianza tra generi che vanno dissotterrate ed essiccate, se davvero si vogliono fare i conti col problema della violenza di genere. Ed è la combinazione dei due fattori – quello biologico di cui i maschi sono portatori e quello di una costruzione sociale ancora fondata sul maschio – che va destrutturata per non farci portare dritti allo schiacciamento della donna nella sua dimensione di preda e riproduttrice. Che è poi ciò che la rende perenne vittima potenziale.
Di questo occorre parlare. Perché dire che siamo contro la violenza è facile. Meno lo è accettare di guardare in faccia le ragioni profonde e subdole che la rendono possibile, la violenza. Perché stanno nelle radici malate che sotterriamo, nascondendocele alla vista. Esorcizzandole quando condanniamo l’ennesimo femminicidio. Un atto così lontano da noi che ci fa sentire innocenti. Invece siamo lo stesso coinvolti.