La Casta burocratica che ci impoverisce, come abbatterla

La Casta burocratica che ci impoverisce, come abbatterla

Si può avere fiducia di un Paese in cui solo la Gazzetta Ufficiale (ad essa si debbono aggiungere i Bollettini delle Regioni e le disposizioni normative di Province, Comuni e di una pletora di altri enti pubblici) pubblica ogni anno circa 16mila pagine di leggi, regolamenti e disposizioni varie, per una lunghezza di quasi 5 chilometri e una superficie di quasi mille metri quadrati?
Dove per una concessione edilizia ci vogliono, di media, 257 giorni, rispetto ai 137 della Francia, ai 144 del Regno Unito, ai 169 del Belgio, per non parlare dei 40 degli Usa e dei 69 della Danimarca (in Europa solo il Portogallo, con 328 giorni, fa peggio di noi)?
Dove per iniziare un’attività bisogna contattare, di media, 19 uffici e ottemperare a 68 adempimenti? Dove per ottenere una licenza ci vogliono 257 giorni, rispetto ai 153,3 dell’area Ocse? Un Paese che in Europa, nell’indice di libertà economica elaborato dalla Heritage Foundation, è al 73° posto (la Germania, tanto per dire, è al 25°)? Che è al 150° posto nel mondo per i tempi della giustizia civile (un ritardo che ci costa una minore crescita di un punto percentuale di Pil all’anno)?
No, di un Paese così non si può avere fiducia. O meglio, non si può avere fiducia sulla sua capacità di crescere. I dati, d’altronde, su questo versante sono impietosi.
Secondo l’Istat, dal 2000 al 2009 il Pil pro capite nei Paesi dell’Unione europea, a parità di potere d’acquisto, è cresciuto del 9,4% in Italia, rispetto al +23% della media Ue. Ossia, siamo cresciuti solo il 40% rispetto a quanto fatto dalla media europea. Tanto per fare qualche esempio, nello stesso periodo la Germania è cresciuta del 21,2%, la Francia del 15,5%, la Gran Bretagna del 16,3%, l’Austria del 17,2% e così via. Scorrendo tutti i Paesi, per aumento del Pil pro capite, nei nove anni considerati siamo gli ultimi d’Europa. E non è un modo di dire: siamo letteralmente gli ultimi.
Insomma, un Paese soffocato. Da una valanga di norme, di regolamenti, di divieti che si incrociano, da uno Stato onnipresente e onniregolante. Ma soprattutto da una pubblica amministrazione inefficiente, rapace, trafficona, che vessa la società e la libertà, dando vita a quella che è la vera casta a cui tagliare l’erba sotto i piedi se l’Italia vuole tornare a crescere, evitando un declino che, altrimenti, è inevitabile.

La distinzione nei ceti sociali

Lo ha spiegato molto bene un giornalista, qualche giorno fa, sul Corriere. Il problema non è solo la qualità scadente dell’attuale ceto politico. Il problema è anche, anzi soprattutto, una casta amministrativa che, nei labirinti della gestione amministrativa, rallenta il Paese per preservare il proprio potere. In Italia, se il gioco non cambia, non è possibile per nessuna forza politica, per quanto consenso abbia, sveltire il Paese, obbligare la macchina amministrativa a mettersi al servizio degli obiettivi indicati agli elettori e per cui si è vinto nelle urne. C’è un ceto che si è specializzato nel muoversi, abilmente, nei meandri dei meccanismi burocratici pletorici, che si è avocato la loro interpretazione, che può sotterraneamente vanificare qualsiasi innovazione. Perché, di quei meandri, conosce ogni anfratto, si è specializzato nel muoversi in essi come i pesci nell’acqua, è in grado di stoppare ogni cosa, boicottandola silenziosamente, facendo scontrare interpretazioni diverse, sfibrando le spinte innovative liberali che provengono dalla società e soprattutto dalla parte di essa che deve confrontarsi ogni giorno con il mercato (l’altra parte della società, quella che non si confronta con il mercato e che anzi non lo vuole perché teme di essere spazzata via dalla concorenza, si è specializzata nel connubio con la casta amministrativa, ricevendo ma anche, molto spesso, dando).
Una casta che dirige il gioco e che vuole una proliferazione di norme, regolamenti, sotto regolamenti, circolari interpretative (meglio se si contraddicono l’una con l’altra, perchè ciò rafforza il potere della casta amministrativa). Un sistema opaco che produce non solo inefficienza smorzando lo sviluppo e rallentando il benessere economico e sociale, ma che genera anche corruzione (le statistiche internazionali ci collocano, anche su questo fronte, in una posizione pessima).
Se guardiamo in Umbria, i dati di fatto non mancano: nessun politico, da Tangentopoli in poi, è finito in galera. Ci sono invece finiti, anche non molto tempo fa, dirigenti pubblici e alcuni “ammanicati” a questi, campioni dell’inciucio e rappresentanti di quella parte di società umbra che campa sugli ostacoli messi dalla pubblica amministrazione alla concorrenza. Storie trasversali, da Perugia a Terni. Basta rileggersi le cronache o fare un po’ di mente locale.
Una pubblica amministrazione opaca che dirige il gioco, in combutta ora con i politici, ora con i sindacati, ora con le associazioni di categoria, ora con le corporazioni. Perché, alla fine, è da quella casta che debbono passare.
E allora? Allora il cittadino si chiude nella rabbia silenziosa. Perchè la casta amministrativa resta lì, ferma, transitando nelle varie stagioni mutando pelle ma rimanendo la stessa. Tutto cambi perché nulla cambi.
Ma la situazione è diventata troppo grave perché nulla possa cambiare. E sono maturi i tempi per realizzare una proposta a suo tempo lanciata da Tremonti. Per bloccare gli spazi che, involontariamente, la Costituzione ha aperto alla proliferazione burocratico-amministrativa e alla costituzione di “mandarinati” (basti pensare a come sono stati interpretati male ad arte, ad uso e consumo del mandarinato burocratico, gli articoli del Titolo III della Costituzione sulla libertà economica e la proprietà privata).

rivoluzione

Andrebbe fatta una rivoluzione

Una rivoluzione che va fatta rovesciando l’impostazione secondo cui tutto è proibito fuorché ciò che è espressamente ammesso dalla legge (con la realtà che, in virtù di un ginepraio di norme, regolamenti e interpretazioni, di fatto, ciò che è lecito non è assolutamente certo). Prevedendo al suo posto, per via costituzionale, che tutto è lecito meno ciò che è espressamente proibito dalla legge. Si aprirebbero spazi di libertà inimmaginabili e la pubblica amministrazione, concentrandosi solo su ciò che è proibito, diventerà più efficace, anche nel reprimere. Finirebbero i mandarinati, i cittadini e le imprese non dovrebbero più recarsi con il cappello in mano davanti alla Casta burocratica.
Un vento di libertà e di futuro tornerebbe a soffiare, l’Italia potrebbe avere le gambe per poter correre. Sarebbe stata tagliata l’erba sotto i piedi al “Mostro” burocratico, che ci rende tutti più poveri. Sarebbe stato gettato il seme per premiare davvero il merito, valorizzare le capacità. E avremmo un pubblico impiego non più palla al piede, ma fattore di sviluppo. Con un colpo solo, si potrebbe sgretolare uno dei principali muri che ci stanno portando alla perdita del nostro benessere. Dovremmo diventare, su questo, cittadini più consapevoli e molto più critici ed esigenti. Da parte mia, per quel poco che conta, prometto che, alle prossime elezioni, voterò solo per chi si impegnerà davvero a realizzare questa rivoluzione.