L’altro commercio equo e solidale

L’altro commercio equo e solidale

Dal produttore al consumatore, un modo diverso di produrre e vendere che garantisce una giusta remunerazione, maggiore sicurezza e uguaglianza.

A maggio solitamente si celebra la Giornata mondiale del commercio equo e solidale, una forma di commercio alternativa al solito insieme di relazioni muscolari tra soggetti forti e deboli, creata per essere un processo etico, che promuova buone condizioni di lavoro nei luoghi di produzione e una catena corta di vendita.

Ciò grazie al supporto di consumatori sensibili alla qualità dei prodotti in vendita nei negozi e nei supermercati. Qualità misurata non solo in quanto a gusto e apparenza ma anche dal punto di vista sanitario, sociale e ambientale. Posto che l’acquisto è una forma di consenso, si vuole che il consumatore dia un consenso informato, affrancato dai miraggi del bombardamento pubblicitario e attento alle reali condizioni di produzione e di movimentazione dei beni.

Dove e quando è nato

Il commercio equo e solidale è un movimento sviluppatosi nei Paesi Bassi a partire dai primi anni Sessanta, anche se l’idea risale agli anni della Seconda guerra mondiale. Un business socialmente impegnato, con sfumature anticapitaliste, il cui scopo è stabilire regole di commercio buone per tutti gli attori coinvolti e permettere alle cooperative di artigiani e contadini dei Paesi del Sud del mondo di lavorare secondo criteri di sviluppo sostenibile.

Dal produttore al consumatore: questa diversa idea di commercio cerca di garantire un’equa remunerazione ai produttori dei Paesi in via di sviluppo in cambio del massimo rispetto dei diritti umani. Quindi, divieto di lavoro minorile, salute e sicurezza sul lavoro, divieto di lavoro forzato o schiavitù, assenza di discriminazione tra uomini e donne e tra persone di diverse razze o religioni, limite definito alle ore di lavoro, libertà di associazione e via dicendo.

Statistiche sul commercio equo e solidale

I prodotti equosolidali hanno rappresentato a lungo una nicchia trascurabile del mercato mondiale, appannaggio di una élite colta e ricca di compratori. Le cose cambiarono quando, nel 1998, i quattro maggiori network mondiali formatisi col tempo si unirono con sede unica a Bruxelles. Da allora il commercio equo e solidale conosce un fenomeno di accelerazione in tutto il mondo occidentale, con un aumento netto delle vendite globali pari, in media, al 20 per cento all’anno. Oggi vi sono prodotti equosolidali in circa 60mila supermercati e 3.000 negozi specializzati. Il 70 per cento dei volumi venduti si concentra in Europa, facendo di questo uno dei settori più dinamici nel Vecchio continente.

In Francia l’81 per cento dei consumatori conosce i principi che governano il settore, anche se ogni francese spende in media solo 2 euro l’anno per l’acquisto di prodotti etichettati. Gli svizzeri invece acquistano in media per 20 euro l’anno.

Oggi, circa 200 organizzazioni di importazione di prodotti equosolidali si rapportano con oltre 5 milioni di produttori nei Paesi in via di sviluppo, dando da vivere dignitosamente ad almeno 25 milioni di persone. Il 26 per cento dei beni viene prodotto in Africa, il 40 per cento in Asia e il 34 per cento in America Latina.