Le sfide sul destino dell'umanità

Le sfide sul destino dell’umanità

L’idea che si possano semplicemente sommare i tratti delle varie civiltà presenti oggi sulla faccia delle Terra, per creare un mondo “dell’Uomo” senza Dio, senza principio autonomo di movimento e di autogiustificazione spirituale e intellettuale, è una “bella fola”, per dirla con il linguaggio della poesia italiana dell’Ottocento. Le civiltà non si sommano e non si frazionano, non si scindono tra di loro e non combinano i loro singoli elementi, Si mescolano “in toto” e non è possibile dedurre da una parte dell’Occidente e dell’Oriente il resto del contesto ideale in cui opera.
Non si prendono brandelli dell’Occidente, e la fine di questi modelli allogeni la vediamo giù nella loro crisi: asimmetrie politiche e strategiche, espansione incontrollata del mercato interno in vari Paesi a causa dell’export, disastri ingestibili da un’amministrazione pubblica che ha imparato, dall’Occidente, solo la corruzione. E nemmeno l’Occidente può permettersi più solo di pretendere i brandelli dell’Oriente, le “democrazie” abborracciate in Africa e in Estremo Oriente, il tentativo del Pcc cinese di mettere insieme sviluppo economico rapido (sembra di ricordare il mito leninista del socialismo come soviet+elettrificazione) e la teoria staliniana delle “marce forzate” nello sviluppo dell’industria pesante, che allora il “piccolo Padre” vedeva come asse della modernizzazione interna dell’Urss, mentre i dirigenti cinesi vedono oggi il loro “capitalismo” come un sistema produttivo “ad usum delphini”, per accumulare risorse finanziarie e poi rivendere all’Occidente i prodotti che esso non vuole, non sa, non riesce più a produrre, nella logica folle di “deindustrializzazione” che ha preso, come una febbre, l’Occidente dalla “caduta del Muro“, dal 1989 in poi.

L’origine della “morte del lavoro”

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La caduta del Muro di Berlino non implicava la trasformazione profonda della Russia, che infatti si è risolta, oggi, ad essere quello che era fin da allora, un socialismo di Stato diretto da un partito autoritario, prima unico, oggi “pluralista”: si trattò del golpe del Primo Direttorato centrale del Kgb contro il partito, corrotto e incapace di porre un freno alla caduta economica di tutto il “modello” socialista di Mosca, soprattutto dopo l’avventura in Afghanistan. Era la risposta alla domanda «durerà l’Urss fino al 1990?» che si ponevano in tanti tra la dissidenza interna ed esterna al “Partito”.
La corruzione, che ha un rilievo morale e spirituale, oltre che politico ed economico, sarà la prossima sfida culturale e politica globale, da gestire con gli strumenti filosofici che ho delineato nel mio libro “La vocazione dell’Umanità” (Futura Edizioni). La corruzione è, in Occidente, per dirla con Marx, “le mort qui saisit le vif”, il mantenimento delle vecchie classi improduttive a spese delle nuove forme produttive o di coloro che, per non accedere alla corruzione o perché non hanno i mezzi per sostenerla, escono dal circuito economico e sociale. In Oriente, c’è il pericolo che la corruzione faccia fare, per esempio alla Cina, la “fine dell’Urss”, il fantasma che aleggiava nel Pcc durante la rivolta di Piazza Tienanmen e che fece accogliere con frizzi e battute ironiche Gorbaciov in visita a Pechino in quel momento.
La crisi morale è evidente: la fine dell’etica del lavoro, causa e origine insieme della “morte del lavoro” in Occidente, con una estetizzazione superficiale della vita, con un’ossessione erotica e sessuale di massa che arriva talvolta al parossismo, con una vita “a credito” che lega le masse a magri stipendi e, soprattutto, ad ancor più magri crediti bancari.Un meccanismo che si basa sulla “immoralizzazione di massa”, mentre prima la macchina che era stata costruita per aumentare la produttività e costruire la nostra civiltà occidentale, dal Rinascimento alla Rivoluzione industriale e al capitalismo, era invece basata proprio sulla progressiva e diffusa moralizzazione delle masse. Si pensi ai romanzi di Charles Dickens.

Per cambiare la nostra situazione attuale, dobbiamo mutare mentalità

Si tratta di un sistema che non può più tenere: l’Occidente è senza lavoro e non può finanziare la sua spesa improduttiva di massa, immorale e viziosa, che sostiene consumi irreali e redditi che vanno a finire nella camera di compensazione tra economia “bianca” e finanza illecita. Se questo sistema continuerà, arriveremo alla soglia dell’anomia, dell’autodistruzione sociale, a partire dal disfacimento delle regole base della società stessa. E la soluzione non potrà che essere una nuova morale, una nuova filosofia, una nuova metafisica che ricostruisca la gerarchia sociale, la renda valida e legittima in un contesto di globalizzazione ormai del tutto completata.

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Perché questo è il problema: se rimarremo con la vecchia morale e le vecchie leggi, l’Occidente arriverà presto all’anomia, al dispiegamento di massa degli istinti più volgari e distruttori, secondo la regole che Freud ha disegnato per l’infanzia parlando del “principio del Piacere”. Se invece riusciremo a ricostruire, come accadde nel Rinascimento fiorentino, da una nuova pratica commerciale e da una serie di nuovi rapporti culturali ed economici, una “forma culturale integrata”, allora avremo risolto il problema che ci siamo posti. Ma ci sarà da fare un’opera di distruzione creatrice dal punto di vista filosofico: troppo a fondo è già andato il decadimento della morale di massa, la separazione dal lavoro dell’etica, la separazione della metafisica dalla religione, con la progressiva “defamation” a livello di massa di tutto ciò che è nobile e buono.
Se tutto questo procederà ancora, passeremo presto quel punto di non ritorno, oltre il quale l’anomia occidentale e, probabilmente, l’autodistruzione dei sistemi “riformati” dell’Oriente, saranno un fatto compiuto. E non saremo in grado di ricostruire una nuova filosofia e una nuova mistica per il nuovo Occidente positivamente globalizzato.