Quando la "normomania" diventa una patologia

Quando la “normomania” diventa una patologia

La nostra nazione, purtroppo, rappresenta un caso del tutto speciale di sovrabbondanza di regole, norme, leggi, regolamenti. E, come si sa, tante regole, nessuna regola, perché poi c’è la difficoltà di applicarle.
La spinta alla normazione – la normomania – nasconde in tutti i campi la propensione a rendere presente sempre lo Stato (il pubblico) e a limitare l’autogoverno della società civile (il privato). Ma soprattutto nasconde il nostro mal interiorizzato rapporto con il senso di responsabilità. Del resto, è un carattere antropologico italiano: non ci fidiamo nemmeno di noi stessi.

Le bislacche ordinanze dei Primi Cittadini

In questo senso vanno lette tutte quelle bizzarre ordinanze dei sindaci che, anche genuinamente, tentano un presidio dell’ordine pubblico e la tutela del decoro. Alcune ordinanze pretendono di proteggerci nella nostra quotidianità, come quelle che riguardano l’esposizione di bucato dai balconi, i giochi in spiaggia, il lancio di riso agli sposi, il consumo di cibo e bevande a tarda ora all’aria aperta. E già ci fanno un sorridere e un po’ ci fanno tenerezza.
Ma l’ordinanza del sindaco di Bari ha raggiunto la compulsione della “normomania” E non fa nemmeno sorridere, perché ha un carattere di pericolosità senza precedenti.
Infatti, l’ordinanza del sindaco di Bari vieta, in precise aree del centro storico, gli atteggiamenti di sfida tenuti da gruppi di persone in sosta prolungata, quale misura “prepenale” – come il sindaco stesso l’ha definita – per consentire alle autorità di pubblica sicurezza di stanare comportamenti criminosi quali, in particolare, lo spaccio di stupefacenti. L’ordinanza, in breve, vieta atteggiamenti di per sé leciti in quanto presuntivamente propedeutici a un comportamento illecito.
Come? Se un atteggiamento evidenzia i caratteri dell’illecito si interviene direttamente sul fatto. Basta applicare il diritto penale e tutte le leggi speciali che ci sono. Sembrerebbe che, con questa ordinanza, a Bari non lo si applichi o non ci siano regolamenti di polizia comunale che prevedono la tutela dell’ordine pubblico. Se poi si sostiene, come il sindaco di Bari, che le norme non sono sufficienti, non è che rendendo codificato un semplice atteggiamento o evento umano si garantisce l’ordine pubblico. Anticipare già a fatto illecito uno sguardo o una parola perché costituiscono per sé “una condotta di pericolo per la sicurezza urbana” significa scivolare nella pericolosa china del controllo a priori delle libere condotte umane. La presunzione che esse possano nascondere fatti illeciti mette i brividi.

È giusta una ordinanza di questo tipo?

Se normasse lo Stato, nulla quaestio; ma se lo fa un sindaco che si sostituisce ad esso incominciamo ad avere qualche dubbio sullo Stato di diritto. Senza dire poi dell’astrattezza della normazione, che non definisce – e non può definirle – le condotte.
Qual è al dunque la morale che si può trarre dell’ordinanza “pre-penale” del sindaco di Bari? Intanto dimostra la fragilità del sistema giuridico e amministrativo che, incapace di tutelare l’ordine pubblico con le norme penali e i regolamenti comunali di polizia, è convinto di vincere la partita della sicurezza aggiungendo nuovi divieti che hanno l’unico effetto di sacrificare inutilmente le più comuni libertà individuali. Poi, che la sindrome della regolamentazione finisce per svuotare le regole, anche efficaci, che esistono.